Ovunque si parla di crisi, sui giornali, in televisione, nei bar. Dall’uomo qualunque all’industrialotto, la percezione che il nostro mondo stia soffrendo, che la gente abbia ridotto i consumi e non spenda più come faceva uno o due anni fa è palpabile. Questo comportamento viene definito, dal punto di vista macroeconomico, con un termine che ormai è entrato a fare parte del linguaggio corrente: “recessione”.
Il nostro presidente Mario Monti giorni fa ha dichiarato che ormai il peggio si è già visto e in fondo al tunnel si intravede una luce. La reazione dei giornali è stata subito quella di scrivere: “Speriamo che non sia un treno”. Questo a significare che il pessimismo e la negatività non vedono luci o speranze di ripresa.
Ma che cosa è la recessione?
Con questo termine si intende una contrazione dei consumi che porta a una crescita negativa del prodotto interno lordo (Pil). Il primo effetto è la caduta della produzione, che ha come conseguenza la riduzione sistematica dei posti di lavoro. Questo meccanismo può diventare perverso in quanto, meno gente lavora, meno consumatori ci sono e quindi i consumi calano sempre più. L’industria e il commercio reagiscono a questa prima fase abbassando i prezzi per stimolare i compratori, ma la popolazione, se perde la fiducia e la speranza che la situazione sia temporanea, inizia ad aumentare i risparmi alla ricerca di sicurezza per il futuro.
Rinviare nel tempo anche gli acquisti di beni necessari o strumentali, come il frigorifero, la lavatrice, il televisore o l’automobile, ha come conseguenza che molte aziende, già in difficoltà, falliscono incrementando così la fila dei disoccupati.
Come si può uscire da una simile situazione?