Di fronte alla crisi dei rifugiati, dei migranti, alle numerose elezioni politiche sparse tra le varie nazioni, alla crisi bancaria, alle incertezze della Brexit, è facile per l'Europa dimenticarsi di un'altra crisi umanitaria ancora prima che politica ed economica presente da tempo nel cuore del Continente: la Grecia. Atene a suo tempo fu il primo, serio, esempio, peraltro molto rischioso, di disgregazione della moneta unica e soprattutto è stato, come ammesso recentemente anche dal FMI, il primo esempio di austerity esasperata. Forse un po' troppo.

Cosa è successo da allora?

Un anno fa la sceneggiata dei colloqui, del referendum per rifiutare le richieste imposte dall'Europa (referendum il cui esito è stato ignorato), le dimissioni del contestato ministro delle Finanze Varoufakis e alla fine l'accordo trovato in extremis per un terzo piano di salvataggio da 86 miliardi di euro condizionato ad una road map di riforme e privatizzazioni fatte a tempo di record. Ma che non sembra abbiano portato i risultati sperati. Il governo di Atene ha già fatto corposi tagli alla spesa pubblica non solo negli anni passati ma anche in quest'ultima fase delle trattative, una strategia che ha inaridito il tessuto produttivo ellenico andando ad aumentare le già di per sé nutrite fila dei disoccupati che oggi contano il maggior numero in tutta Europa, davanti solo all'Italia. Attualmente stando ai dati diDiaNEOsis, la fascia di povertà che riguarda la popolazione è salita dal 2,2% del 2009 al 15% del 2015. Un problema che va al di là del fattore produttivo e industriale e che investe una società ormai altamente frammentata e diffidente non solo verso le istituzioni ma anche, e qui sta la nota dolente, verso le diverse fasce di lavoratori con i rappresentanti del settore pubblico, visto con odio dai lavoratori privati e dai giovani, quelli cha hanno pagato per primi, e maggiormente, i costi della crisi. Ma, come accennato, la diffidenza si manifesta soprattutto verso la politica.