La curva invertita. Visi pensosi, preoccupati. Portafogli rivisti continuamente alla luce di questo mitico evento dato sempre per prossimo. E dopo l’inversione della curva, a distanza di qualche mese, l’inevitabile tempesta, fatta di recessione e di grande bear market azionario.

Siamo andati avanti più di un anno a torturarci con la curva invertita, i tassi a breve che superano quelli a lungo e che sono come la guerra che porta la carestia che porta a sua volta la peste.

Incapace di sopportare una visione così cupa, una parte del mercato ha elaborato per mesi una teoria più moderata, a tratti consolatoria, altre volte addirittura quasi ottimista, quella della curva piatta. I tassi a breve saliranno, certo, ma una volta arrivati al livello dei tassi a lungo si fermeranno. In questo magico allineamento potremo andare avanti per sempre. L’inflazione resterà moderata, la crescita economica sarà stabile, le borse avranno spazio per tranquille ulteriori conquiste. I teorici della curva piatta la collocavano al due per cento nel 2017 (parliamo naturalmente della curva americana) e oggi la ipotizzano al tre, un punticino di differenza (che è pur sempre il 50 per cento) ma lo stesso spirito irenico e rasserenante. La curva piatta come Nirvana.

Ed eccoci invece terremotati in pochi giorni e con grande brutalità in un mondo che cominciavamo a considerare alieno e primordiale, quello della curva regolare, una situazione da ciclo giovane o al massimo nello splendore della maturità, ben lontana dalla senilità crepuscolare della curva invertita o dal paradiso utopico e artificiale della curva piatta.