Nuova bomba sganciata sul mondo del lavoro: quattro micro imprese su dieci sono a rischio chiusura. Stiamo parlando di 1,7 milioni di attività, che corrono il rischio di chiudere a causa dell'emergenza economica innescata dal coronavirus. A segnalarlo è la Cgia di Mestre, che si è basata sui dati pubblicati dall'Istat sull'andamento dell'economia italiana.

L'Istat ha infatti realizzato un sondaggio su un campione rappresentativo di aziende italiane di diversa dimensione, dal quale è emerso che le micro aziende sono quelle più in difficoltà.

Rischio default per le imprese: il lavoro che mancherà a breve!

Qualsiasi tipo di previsione, al momento, non lascia trapelare alcunché di buono. Dalla Cgia di Mestre ci tengono a ricordare che nel 2009, quando l'economia italiana ha attraversato una delle più brutte crisi degli ultimi 75 anni, il Pil era sceso del 5,5%. Il tasso di disoccupazione era cresciuto, nell'arco di due anni, dal 6 al 12%. Anche andando a guardare le più rosee previsioni, quest'anno il Pil dovrebbe diminuire del 10%, registrando una contrazione quasi raddoppiata rispetto a quella del 2009. Il pericolo che aumenti il numero delle persone che perdono il posto di lavoro cresce a dismisura.

Ricordiamo poi che nel momento in cui dovressero chiudere le attività più piccole si avrebbero delle ricadute altrattanto negative. Nel caso in cui dovesse chiudere un negozio piccolo od una bottega artigiana, vanno perse tutta una serie di conoscenze che difficilmente possono essere recuperate. Ma, soprattutto, la qualità della vita di quel quartiere peggiora a vista d'occhio.

Ci riferiamo - spiega Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia - a quel ceto medio produttivo costituito da imprese dei servizi, negozianti, botteghe artigiane e partite Iva con meno di 10 addetti che dopo il lockdown non si sono più riprese e, ora, hanno manifestato l’intenzione di chiudere definitivamente la saracinesca. I settori più vulnerabili alla crisi emersi da questa indagine sono stati i bar, i ristoranti, le attività ricettive,  il piccolo commercio, il comparto della cultura e dell’intrattenimento. Nel produttivo – conclude Zabeo – le difficoltà hanno investito soprattutto il settore del mobile, del legno, della carta e della stampa, nonché il tessile, l’abbigliamento e le calzature. Con poca liquidità a disposizione e il crollo dei consumi delle famiglie, i bilanci di queste micro attività si sono colorati di rosso. Una situazione ritenuta irreversibile che sta inducendo tanti piccoli imprenditori a gettare definitivamente la spugna.

Rischio default: l'Istat conferma la perdita dei posti di lavoro

Senza dubbio le preoccupazioni sui posti di lavoro e sull'andamento dell'economia sono condivise dai numeri che ci ha consegnato in questi giorni l'Istat. La diminuzione dell'occupazione nel mese di giugno prosegue rispetto al mese di maggio. Cresce il numero di persone in cerca di lavoro.

La diminuzione dell’occupazione su base mensile (-0,2% pari a -46mila unità) coinvolge le donne (-0,9% pari a -86mila), i dipendenti permanenti (-0,4% pari a -60mila) e gli under50, mentre gli occupati aumentano tra gli uomini (+0,3% pari a +39mila), i dipendenti a termine, gli indipendenti e gli ultracinquantenni. Nel complesso, il tasso di occupazione scende lievemente, attestandosi al 57,5% (-0,1 punti percentuali). L’aumento delle persone in cerca di lavoro è consistente (+7,3% pari a +149mila unità), riguarda soprattutto gli uomini (+9,4% pari a +99mila unità, contro il +5,0%, pari a +50mila, delle donne) e interessa tutte le classi di età. Il tasso di disoccupazione risale all’8,8% (+0,6 punti) e, tra i giovani, al 27,6% (+1,9 punti).

La diminuzione del numero di inattivi (-0,7% pari a -99mila unità) si registra tra gli uomini (-2,5% pari a 131mila unità) e tra i minori di 64 anni, a fronte di un aumento delle donne inattive (+0,4% pari a +31mila). Complessivamente cala il tasso di inattività che si attesta al 36,8% (-0,3 punti). Nella media del secondo trimestre 2020, rispetto al primo, l’occupazione risulta in evidente calo (-2,0% pari a -459mila unità) per entrambe le componenti di genere.

Il peso del settore turistico

L'eccezionale crollo del Pil, in un periodo che include oltre al lockdown anche il complicato avvio della ripartenza, appare comunque un po' meno grave delle attese e incorpora qualche segno di resilienza del sistema Italia. Non è di alcun conforto il fatto che i partner internazionali si trovino in condizioni di analoga gravità, seppure ciascuno alle prese con una faticosa reazione alla crisi pandemica. Anzi, la sincronia del ciclo attuale rappresenta una condizione di ulteriore difficoltà nell'intraprendere un nuovo percorso di crescita: così l'Ufficio Studi Confcommercio sui dati del Pil nel 2° trimestre diffusi oggi dall'Istat.

Se la Germania riesce a fermarsi al -11,7% tendenziale la Francia e la Spagna registrano rispettivamente -19% e -22,1%, da confrontare con il -17,3% dell’Italia. Per questi ultimi Paesi è evidente l'impatto del quasi azzeramento dei turismi attivi. Affidarsi esclusivamente al pure fondamentale intervento delle istituzioni europee non sarà sufficiente per uscire dalla crisi.

È necessario e urgente – conclude Confcommercio - progettare investimenti mirati e sostegno alle imprese dei settori più colpiti per evitare che passino molti anni prima di riprendere i livelli di Pil e consumi pro capite persi nel 2020, che in Italia ci riportano alla prima metà degli anni ’90.