L'annuncio di lunedì Moderna su un'efficacia del 94,5% per il vaccino contro il Covid-19 in fase di sviluppo da parte della biotech del Massachusetts (a differenza di quello di Pfizer, per altro, il vaccino di Moderna può essere conservato per un mese in un normale frigorifero) ha fatto bene alle borse. 

Le novità annunciate da Moderna si aggiungono a quelle comunicate settimana scorsa da  Pfizer e BioNTech. Pfizer ha affermato che il suo vaccino ha mostrato un'efficacia pari al 90% nel prevenire le infezioni da Covid-19, con questo risultato si potrebbe giungere ad una drastica riduzione del numero di casi di positività al virus. Il piano di Pfizer è di fornire 300 milioni di dosi entro aprile del 2021, una quantità sufficiente per iniziare ad avere un impatto sulla diffusione del Covid.

Il fondatore e AD di BioNTech Ugur Sahin ha chiarito che la vita quotidiana potrebbe tornare alla normalità non prima del prossimo inverno, sarà quindi necessario tenere duro per ancora un anno circa. I mercati finanziari però come noto anticipano gli eventi e per questo motivo gli annunci relativi ai vaccini hanno funzionato da propellente per il trend rialzista. 

Nei prossimi giorni, forse già all'inizio del mese di dicembre, anche Astrazeneca dovrebbe fornire aggiornamenti sul suo vaccino sviluppato in partnership con l'Università di Oxford. I test sono in fase avanzata e se risultassero positivi AstraZeneca potrebbe ottenere l'autorizzazione per avviare la distribuzione del vaccino in tempi breve, forse anche prima di Pfizer e di Moderna. AstraZeneca dovrebbe essere infatti in grado di comunicare nuovi dati preliminari entro breve tempo, secondo il suo amministratore delegato la fase 3 della sperimentazione potrebbe terminare nelle ultime settimane di dicembre. 

Grazie ad un'autorizzazione di emergenza la società potrebbe distribuire alcuni milioni di dosi già entro la fine del 2020. Secondo AstraZeneca la produzione di 2 miliardi di dosi nel 2021 è realistica, la Ue ne ha già prenotati 400 milioni, gli Usa 300.  

Le borse festeggiano ma il dollaro Usa potrebbe soffrire

Se le borse vedono la metà piena del bicchiere, ovvero il fatto che l'economia, passata questi ultimi mesi di purgatorio, potrà tornare a correre, complici anche gli aiuti di governi e banche centrali, la situazione è diversa per quello che riguarda il dollaro Usa.

La moneta Usa si sta infatti deprezzando contro euro, passata dal minimo dell'11 novembre a 1,1745 circa all'attuale cambio di 1,1880. 

Per Citigroup c'è il rischio di un crollo del dollaro

Secondo Citigroup infatti la comparsa dei vaccini sulla scena e la loro probabile imminente distribuzione sarebbe il primo passo verso una fase di sostenuta crescita economica, con il rischio di un conseguente aumento dell'inflazione in una fase in cui le banche centrali, in particolare la Fed, non saranno intenzionate a modificare la loro politica monetaria, attualmente ultra accomodante. Esiste quindi la possibilità che nonostante l'inflazione in crescita i tassi di interesse americani rimangano bassi, favorendo il deprezzamento della moneta americana. 

La Fed non intende alzare i tassi

La strategia della Federal Reserve del resto sembra chiara. Secondo Richard Clarida, vice chairman del Board of Governors della Federal Reserve (Fed), l'istituto centrale di Washington non riterrà che l'economia Usa sia di nuovo alla piena occupazione, e per questo prenderà in considerazione l'aumento dei tassi d'interesse dal loro livello attuale vicino allo zero, solo perché il tasso di disoccupazione è tornato a un livello basso. 

I fattori da tenere presente, ha aggiunto Clarida secondo quanto riportato da Reuters, comprendono che debba lavorare una quota adeguata della popolazione e che il tasso di partecipazione in gruppi demografici chiave (come le persone nei primi anni nel mondo del lavoro) sia di nuovo su livelli "normali". Fino a quando tale indicatori saranno depressi e finché l'inflazione rimarrà sotto controllo, la politica monetaria dovrà continuare a essere calibrata per eliminare tali squilibri.

In funzione di questo atteggiamento Citigroup ipotizza una ulteriore perdita di valore del dollaro del 20% dai livelli attuali. La banca Usa del resto ritiene probabile il proseguimento della rotazione in uscita dalle azioni "growth" (i titoli tecnologici che maggiormente hanno tratto vantaggio dalla pandemia) e in ingresso sulle azioni "value" (i titoli maggiormente penalizzati dalla diffusione del Covid-19), un cambiamento all'interno dei portafogli degli investitori che verrebbe alimentato anche dalla vendita dei titoli di stato statunitensi (e quindi indirettamente anche del dollaro).

Gli analisti di Citigroup, tra cui anche Calvin Tse, si spingono a dire che con la pandemia sotto controllo grazie ai vaccini il dollaro Usa potrebbe andare incontro ad una situazione di debolezza simile a quella vista tra l'inizio e la metà degli anni 2000 (quando passò da area 0,8230 a 1,6060 circa).

Dollaro australiano e corona norvegese da privilegiare

Se l'ipotesi di una forte ripresa economica troverà conferma nei fatti una strategia possibile sul fronte valutario potrebbe essere quella di posizionarsi su quelle monete, come il dollaro australiano o la corona norvegese, che tendono ad apprezzarsi in concomitanza di un rialzo dei prezzi delle materie prime. Secondo Citigroup in particolare la corona norvegese potrebbe avvantaggiarsi anche dell'atteggiamento della banca centrale, ritenuta meno accomodante della maggioranza delle sue controparti. 

La posizione di Citigroup è condivisa dalla maggioranza degli analisti, la media delle previsioni raccolta da Bloomberg ipotizza infatti un calo del 3% da parte del dollar index (DXY) nel prossimo anno, dollar index che si è già deprezzato dell'11% quest'anno dal massimo di marzo.

Dollar index su supporto critico

Ed effettivamente il dollar index è su un forte supporto, se le quotazioni dovessero cedere al di sotto di area 92 diverrebbe probabile la ripresa del trend ribassista di medio periodo iniziato a marzo, un trend che avrebbe come obiettivo i minimi di inizio 2018 di quota 88,55 circa, distante quindi il 3,75% circa dal supporto indicato.

(Alessandro Magagnoli)