Ho già parlato nel commento di ieri dello scollamento tra l’entusiasmo che continua a pervadere i mercati e la drammaticità della recessione in atto e dei rischi per la tenuta democratica ed anche economica degli USA, a causa della continuazione dei tumulti popolari e della folle politica repressiva che Trump minaccia di attuare contro le minoranze che protestano.

Aggiungo oggi che la giornata di ieri ha esteso ulteriormente il fenomeno, con Wall Street che  ha fatto un altro balzo verso il recupero completo della scivolata pandemica. SP500 è arrivato a 3.123, +1,36% e si avvicina ancora ai massimi storici di fine febbraio, come se quel che è successo e sta succedendo fosse solo un incubo notturno. Collezionando la undicesima seduta positiva delle ultime 14. È ormai arrivato a pochi punti da 3.136, che è il massimo realizzato il 3 marzo scorso, al culmine del primo effimero rimbalzo dopo la prima gamba ribassista della violenta discesa pandemica. Mancano 270 punti, circa 8 punti percentuali al massimo assoluto di 3.392, che è diventato l’obiettivo evidente della sfrenata avidità degli operatori USA e la possibilità di ribadire ancora una volta l’assoluta autoreferenzialità dei listini, ormai narcisisticamente simili alla navicella spaziale di Elon Musk, la NASA dei ricchi, che permette ai nuovi “dei”, che hanno milioni di dollari da sprecare, l’onnipotenza dei viaggi nello spazio per osservare dall’alto le miserie del pianeta e le sofferenze di miliardi di esseri umani che trovano ogni giorno sempre più difficile portare a casa qualcosa da mangiare per i figli.

L’impresa di tornare ai massimi assoluti è praticamente riuscita ieri all’indice tecnologico Nasdaq100 (+0,49%) che è arrivato a soli 6 punti dalla quota di 9.736, prima di guardare in basso ed essere colto da un po’ di vertigini, che lo hanno portato a chiudere a 9.704. E’ la conferma che il virus, che ha ucciso quasi 400.000 esseri umani, ha portato invece molta fortuna ai big della tecnologia, causando l’accelerazione dei processi di “virtualizzazione” della nostra vita, che erano in corso più lentamente già prima della pandemia. Questo exploit di collegamenti virtuali, smart working, e-commerce e, scusate il termine, cazzeggio sui social durante il lockdown, ha ingrassato gli utili delle FAMAG (acronimo delle regine del Nasdaq100, Facebook, Apple, Microsoft, Amazon, Google, tutte nei pressi dei loro massimi di febbraio od oltre) e trascinato in alto le loro quotazioni, permettendo all’indice di cui sono oltre il 20% del peso di tornare praticamente per primo là dove stava quando il virus veniva considerato solo “affare dei cinesi”.

Ma accanto a questo exploit ne devo segnalare un altro, che riguarda la nostra vecchia Europa, che è tornata a brillare come, francamente, capita raramente di vedere.

L’indice Eurostoxx50 ieri ha aggiunto all’euforica galoppata iniziata il 22 maggio scorso un altro balzo del +3,50%, portando così il numero dei rialzi a 7 nelle ultime 8 sedute e passando da 2.854 (minimo della seduta del 22 maggio) ai 3.269 punti della chiusura di ieri. Fa il +14,5% di rialzo in sole 8 sedute. Nel medesimo periodo il’indice USA SP500, che pure non ha scherzato quanto ad euforia, ha fatto “solo” poco più del 6% di rialzo, cioè meno della metà delle borse europee.

Che qualcosa sia cambiato nella percezione degli investitori verso l’Europa è confermato dal comportamento del cambio Euro-Dollaro. Dopo aver sonnecchiato per diverse settimane tra 1,08 e 1,10, proprio il 22 maggio ha cominciato a salire e da 1,088 di quel giorno, ieri si è portato ad un massimo di 1,126.

Che cosa è successo in Europa di tanto clamoroso? Il cambio deciso di passo della Germania, con la svolta imposta dalla signora Merkel, tornata leader indiscussa della politica europea e probabilmente impressionata dalla recessione pandemica, che ha deciso di ribaltare il dogma seguito dalla Germania fin dalla nascita dell’Euro e che fino all’inizio di maggio la stessa Merkel aveva confermato. I no alla condivisione del debito, alla spesa facile ed ai contributi a fondo perduto ai paesi più in sofferenza per colpa del virus e del lockdown, sono diventati sì, grazie allo storico accordo del 18 maggio con Macron, che ha dato l’input per la presentazione del  piano “Next Generation EU” da parte della Commissione UE con la proposta ufficiale al Consiglio Europeo per l’istituzione e la gestione del Recovery Fund.

Di deciso non c’è ancora nulla, perché i 4 frugali (Austria, Olanda, Svezia e Danimarca), a cui si sono aggiunti altri paesi sovranisti dell’Europa orientale (Ungheria e Repubblica Ceca) e settentrionale (Finlandia), è intenzionato a dare battaglia contro il piano.

Ma nessuno pensa che questi piccoli oppositori saranno in grado di bloccare la sostanza del provvedimento, anche se potranno limitarne un po’ la portata e cambiare un po’ il bilanciamento, riducendo la parte a fondo perduto ed aumentando la componente prestiti condizionati.

Ma il grosso dovrebbe passare al vaglio dell’unanimità dei Capi di Stato e di Governo, magari non ancora il 19 giugno prossimo, ma entro luglio. Il Recovery Fund è diventato perciò un’occasione speculativa enorme su cui la voracità dei fondi hedge e dell’intera industria del risparmio gestito si è buttata a capofitto.

Durerà? 

Forse sì, dal punto di vista della forza che questo piano conferirà alla UE, poiché rappresenterà veramente un cambio di passo in direzione di un modello vero e proprio di Stato Federale, allontanando le probabilità di disgregazione dell’eurozona. L’Europa potrebbe cambiare faccia e questo permetterebbe a molti investitori stranieri di portare un po’ dei loro soldi in Europa, riducendo magari l’esposizione in USA, dove i rischi geopolitici stanno aumentando abbastanza con Trump sempre più arrabbiato col mondo intero e con tutte le istituzioni federali al di fuori di se stesso e sempre più preoccupato di perdere le elezioni di novembre. Il miglioramento del cambio EUR/USD ci sta mostrando i germogli di questa novità.

Certo, di strada al rialzo gli indici europei da un paio di settimane ne hanno fatta molta ed in fretta. Forse troppo. Un po’ di correzione che consolidi il cammino e consenta agli indicatori di eccesso di rientrare dall’ipercomprato di breve non è più rinviabile a lungo.