Il licenziamento è di per sé una cosa sgradevole, che crea tutta una serie di problemi al lavoratore e alla sua famiglia. Ma essere licenziati da un’azienda in crisi, o che è stata sottoposta alla procedura di fallimento, può portare seri danni anche dal punto di vista economico. Ci si riferisce sia al fatto che se l’azienda è in crisi è probabile che già da tempo non sia regolare anche nel pagamento degli stipendi.

Altro problema è quello di cosa succede quando ci si trova in quel limbo dove è evidente che l’azienda rischia di chiudere, ma ancora non si è ricevuta la lettera di licenziamento. Si tratta di un tema complicato da affrontare, perché vanno coordinate norme che fanno parte del diritto fallimentare a quelle del diritto del lavoro. Due settori che portano avanti diritti e interessi spesso in contrasto tra loro

Una trattazione più precisa anche del tema del licenziamento si trova nel Codice della crisi di impresa e dell’insolvenza entrato nel nostro ordinamento con il decreto legislativo 12 gennaio 2019. La riforma del codice fallimentare, avrebbe poi dovuto entrare in vigore a partire dal 15 agosto di quest’anno. Stante la crisi economica da covid, il governo ha però ritenuto di rimandare al primo settembre 2021 l’esordio della legge. Al momento quindi ci troviamo in una specie di limbo: con un blocco dei licenziamenti, la legge vecchia che si applica ai pochi casi in è possibile ancora licenziare e una legge nuova che incombe da lontano per quelli che avverranno in futuro.

Il licenziamento non è automatico

La corte di Cassazione con la sentenza 522 del novembre 2018 ha stabilito che la dichiarazione di fallimento non rende automatico il fallimento. La corte ha sottolineato che se il curatore, il soggetto nominato dal tribunale per gestire la crisi dell’azienda, decide per il licenziamento di tutti o di una parte dei dipendenti 

Dovrà farlo nel rispetto delle norme limitative dei licenziamenti individuali e collettivi, non essendo in alcun modo sottratto ai vincoli propri dell'ordinamento lavoristico perché la necessità di tutelare gli interessi della procedura fallimentare non esclude l'obbligo del curatore di rispettare le norme in generale previste per la risoluzione dei rapporti di lavoro.

Nel caso esaminato un lavoratore aveva chiesto di essere pagato anche per il periodo intercorso tra la dichiarazione dello stato di insolvenza e la definitiva chiusura dell’azienda. Il lavoratore aveva sostenuto che il suo rapporto di lavoro era ancora in vigore e quindi aveva diritto allo stipendio.

La corte ha negato questo diritto, perché il lavoratore non ha lavorato, vista la sospensione dell’attività. Ciononostante gli ha riconosciuto una somma pari a quella degli stipendi che aveva chiesto a titolo di risarcimento. La ragione è che il curatore non ha seguito le procedure di legge per licenziarlo e quindi vista l’impossibilità di avere un reintegro l’altra alternativa possibile è appunto ricevere una somma di denaro.

Dal 2021 Rapporto di lavoro congelato per 4 mesi

Vale la pena dare un’occhiata anche al futuro e vedere quello che succederà con l’entrata in vigore della riforma del fallimento. Precisiamo inoltre che al momento e fino a marzo per decreto del governo vige il blocco dei licenziamenti. Lo scopo è quello di evitare che imprese in crisi si affrettino a licenziare i lavoratori diventati in esubero a causa del calo dei consumi e della produzione. Una serie di aiuti statali li aiuterà a rimanere a galla fino al presunto momento della ripresa.

Vediamo adesso cosa cambia con la riforma. Al momento della dichiarazione di insolvenza, vale a dire quando un tribunale fallimentare certifica che l’azienda si trova in una seria crisi di tipo economico, prenderà le redini dell’azienda un curatore. Il suo compito darà quello di salvare il salvabile, e se non ci sono altre alternative traghettare l’azienda verso il fallimento.

Tra le decisioni da prendere c’è anche quella relativa ai lavoratori. Il curatore può decidere di subentrare all’imprenditore nel rapporto di lavoro, oppure di licenziarli tutti o in parte. La nuova legge stabilisce che i rapporti di lavoro entrino in automatico in un periodo di sospensione che comunque non può durare più di quattro mesi. 

Decorso questo periodo se il curatore non dichiara espressamente di mantenere i contratti di lavoro subentrando all’imprenditore, il licenziamento sarà automatico e partirà dal momento in cui è stato dichiarato lo stato di insolvenza. Quindi licenziamento retroattivo al momento della formalizzazione dei giudici dello stato di insolvenza.

Gli stessi lavoratori, il curatore o l’ispettorato territoriale del lavoro in accordo tra loro o autonomamente, nel caso intravedano possibilità di salvare comunque l’azienda possono chiedere al giudice una proroga del termine dei quattro mesi. Il giudice è libero di verificarne le condizioni e accogliere o rigettare la domanda.

Dimissioni del lavoratore

La nuova norma prevede anche l’ipotesi che sia il lavoratore a prendere l’iniziativa. Trascorsi i quattro mesi si sospensione può essere lo stesso lavoratore a decidere di rassegnare le dimissioni, invece di attendere il licenziamento. In questo caso le legge stabilisce che si tratti di dimissioni per giusta causa. Per questo tipo di dimissioni non è necessario dare un preavviso e visto che sono considerate indipendenti dalla volontà del lavoratore danno diritto alla Naspi: il vecchio assegno di disoccupazione da chiedere all’INPS.

In caso di licenziamento cosa ne è degli stipendi arretrati

Torniamo adesso alla normativa in vigore ancora per qualche mese. Non è detto che il lavoratore riesca a recuperare tutto quanto gli è dovuto, soprattutto se si tratta di cifre importanti. L’INPS ha istituito a questo scopo un fondo di garanzia al quale possono attingere i lavoratori nel caso l’impresa sia inadempiente. Però copre solo gli ultimi tre mesi di buste paghe inevase. Ci sono inoltre dei limiti temporali. Questi crediti non devono risalire a più di un anno dalla dichiarazione di fallimento. Chi per esempio si fosse licenziato per giusta causa da oltre dodici mesi, perché non gli veniva pagato regolarmente lo stipendio non si potrà rivolgere al fondo, ma dovrà attendere la liquidazione dell’azienda.

Se le buste paga da saldare sono più numeroso il lavoratore si dovrà mettere in coda con gli altri creditori. La legge prevede che il lavoratore rientri tra i creditori privilegiati. Si tratta di quelli che avranno diritto a essere risarciti per primi. Non è detto che anche questa domanda permetta al lavoratore di ricevere tutto quanto gli spetta. Se lo stato di dissesto è particolarmente grave e i dipendenti e gli altri creditori privilegiati sono numerosi la cifra raccolta dalla vendita dei beni dell’azienda può essere sufficiente solo per saldare parzialmente i debiti. 

A quali altri soldi si ha diritto in caso di licenziamento per fallimento

Con la normativa in vigore dall’anno prossimi se il lavoratore ha dato le dimissioni trascorsi i quattro mesi, se è stato formalmente licenziato dal curatore o se il rapporto di lavoro si è concluso di diritto il lavoratore ha diritto anche a un risarcimento. Si tratta dell’indennità per il mancato preavviso che si calcola con le modalità previste anche nei casi di licenziamento. 

In tutte queste ipotesi il lavoratore ha sempre diritto alla Naspi. Spetta anche il trattamento di fine rapporto. In questo caso, come per gli stipendi se l’impresa non paga è possibile il ricorso al fondo dell’INPS, ma solo per la quota dovuta per gli ultimi tre mesi. Per la parte restante sarà necessario rivolgersi al liquidatore.

Come fare domanda all’INPS

Questa domanda non può essere fatta rivolgendosi allo sportello dell’ente dove chiedere un’assistenza personalizzata. Va fatta o per via telematica accedendo al sito dedicato dall’INPS muniti di SPID. In alternativa la richiesta può essere fatta con l’assistenza di un patronato che provvederà a registrare la richiesta. Infine è possibile rivolgersi al contact center dell’INPS, che risponde al numero 803 164 da fisso ed è gratuito o al 06 164 164 da cellulare a pagamento, dove sarà fornita tutta l’assistenza necessaria.

Come fare domanda al curatore

Per partecipare alla spartizione della somma raccolta con la liquidazione il lavoratore deve chiedere al curatore di essere ammesso alla procedura. La domanda si chiama “istanza di insinuazione nella procedura fallimentare”, non è particolarmente complessa quindi non richiede necessariamente che il lavoratore si accolli anche le spese di un legale che lo assista. È però importante essere precisi nell’elencare i crediti che si vantano per evitare di essere esclusi e nel rispettare i termini di decadenza. In genere ai lavoratori, soprattutto in caso di fallimenti importanti, viene offerta assistenza da parte delle associazioni di categoria. 

Licenziamento della madre lavoratrice per fallimento

Le donne sono tutelate dal licenziamento da 300 giorni prima del data presunta per il parto fino al compimento di un anno di età del bambino. Stessa regola vale per i genitori che abbiano adottato un bambino, per i quali il posto di lavoro è tutelato dal momento di ingresso del bambino nella famiglia e per tutto l’anno successivo.

In caso di fallimento la legge prevede che ci sia un’accezione al blocco del licenziamento. La regola, però è che tutta l’azienda sia stata effettivamente liquidata. La donna, invece non può essere licenziata solo per questa ragione se un ramo, o un settore dell’azienda continua la propria attività. Andrà valutato caso per caso per vedere se sia possibile riconvertire la donna ad altre mansioni, se quelle che svolge non sono più richieste, o spostarla in altra sede.