Sicuramente dalla Grecia arriva un messaggio di disperazione, soprattutto da parte di chi questa crisi non l’ha creata ma la deve pagare. Al di là delle polemiche, quello che dev’essere gestito è il comportamento delle controparti. Secondo il report di Amundi, i fattori principali saranno sul breve periodo non solo i creditori, ma soprattutto la rinegoziazione del debito, unico delta discriminante sul lungo termine per l’eventuale produttività futura della Grecia. Così come altrettanto determinante sarà il ruolo della Bce e di Mario Draghi. Di oggi la notizia che Francoforte manterrà in vita la linea di finanziamento d’emergenza per gli istituti di credito ellenici anche se a fronte di nuove garanzie. Ma anche di oggi la notizia che per ammissione della stessa FMI, l’impatto della crisi greca sull’Italia ci sarà: non proprio un vero contagio ma una sorta di onda d’urto, favorita dalla ripresa lenta e fragile di Roma (0,7% nel 2015 e dell'1,2% nel 2016), troppo indietro nella ripresa, rispetto al resto delle nazioni europee. Conseguenze dirette che si avvertiranno nella fiducia che gli investitori avvertono circa l’affidabilità di un paese e del suo sistema economico, ma che non saranno un pericolo nel breve termine.

La forza del No

Tornando alla Grecia, in questo frangente nessuno vuole la responsabilità storica di una chiusura totale delle trattative che significherebbe senza ombra di dubbio Grexit. E per quanto il pericolo oggi sia più gestibile del 2011, non sembra vantaggioso per nessuno creare il caos sui mercati, i quali anche se non saranno vittime di un crollo sicuramente dovranno affrontare la volatilità insidiosa che si verifica in queste situazioni e che sembra contraddistinguere tutto il 2015.