E stavolta anche di storia visto che se da una parte ci sono Grecia, Spagna e Italia (che nei secoli la storia l’hanno fatta e non subita come ora), dall’altra la Germania, l’Olanda e il Belgio (che la legge la dettano adesso). E poi la Francia che pur avendo seri problemi per riuscire a far quadrare i conti, resta al di là del muro.

Almeno stando al report del Fmi che, redatto il 23 luglio, è rimasto in disparte proprio a causa del suo contenuto manicheo: buoni da una parte e cattivi dall’altra. Cattivi da un punto di vista strettamente finanziario, con un a punta d’ironia visto che l’Italia è stato tra i primi creatori (e sostenitori) dell’Unione europea e dell’integrazione tra le nazioni in tempi ben remoti e di certo non sospetti di crisi.

E proprio a proposito di crisi e di Italia, la ripresa della fiducia nell'Eurozona arriva proprio da Roma. Secondo l'indice Esi (Economic sentiment indicator) da noi c'è stato un aumento a 2,9 punti rispetto a più 1,2 della media Eurozona (0,7 di Berlino) che diventa 2,4 punti in ottica Ue. Non solo, ma un miglioramento si è visto anche per l'indice Bci (Business climate indicator) della Commissione Ue che valuta le prospettive di industrie e fiducia tra i 17 della moneta unica. Ebbene i risultati parlano di un +0,14 punti a luglio.

Eppure, nonostante tutto, il Fmi ci taglia le gambe. E la cosa difficilmente va giù se a decretare la divisione è un organismo ufficiale, con un fortissimo potere anche sull’opinione pubblica, proprio in un momento di forte tensione sociale a causa di riforme difficili da reggere sulla lunga distanza e che spesso vengono “consigliate”, sebbene sarebbe meglio dire imposte, proprio dagli stessi che adesso ci relegano in seconda fila.