La frontiera prova a fare l’emergente. Nell’ultimo mese la categoria dedicata ai fondi dei paesi non ancora in via di sviluppo ha guadagnato (in euro e fino al 28 novembre) l’1,76%. La stessa performance messa a segno dal segmento dei fondi specializzati sull’equity emerging. Il gap da inizio anno fra i due universi, tuttavia, rimane.

Categorie Morningstar Emerging Market e Frontier Market a confronto

Non è la prima volta che questo asset prova a far vedere di essere in grado di prendere il posto in portafoglio, almeno in parte, degli emergenti. Lo si è visto di recente quando alcuni operatori per la frontiera hanno visto delle opportunità legate alla guerra dei dazi fra Stati Uniti e Usa: l’aumento delle tariffe, ad esempio, impatterà molti produttori cinesi, costringendo molte società, sia domestiche che straniere, a spostare la produzione in paesi dove il costo della manodopera è più conveniente.

Dal punto di vista operativo ci sono poi altri vantaggi. “I mercati di frontiera hanno una correlazione molto bassa tra loro e con le altre classi di attività come i paesi emergenti e sviluppati”, spiega Emre Akcakmak, Portfolio Advisor di East Capital. “Inoltre, sono molto diversificati geograficamente e hanno legami economici limitati tra loro, dato che sono paesi trainati dalla crescita interna”. C’è poi da notare che, mentre le aree sviluppate come Usa, Ue, Giappone e quelle emergenti sono altamente concentrati (l’Asia, con mercati come Cina, India e Corea, ad esempio, rappresenta il 70% dell’indice Mercati EM), i mercati di frontiera sono sparsi in tutto il mondo. “Vietnam, Bangladesh, Romania, Kuwait, Nigeria non hanno nulla a che fare tra di loro, hanno un’integrazione minima all’interno dei mercati globali e pochissime relazioni commerciali gli uni con gli altri”, dice Akcakmak.