Come era troppo facile immaginare, la seduta di ieri, dopo un week-end segnato dal progredire impetuoso del contagio in Cina e dal propagarsi del coronavirus anche fuori dai confini cinesi, ha mostrato mercati mondiali soggiogati dalle vendite di investitori in fuga dal rischio. Mercati che per mesi hanno percorso un rally rialzista che pareva inossidabile, ostinatamente intenti a comprare ogni accenno di perplessità e inclini a sottovalutare qualsiasi rischio, hanno dovuto fare i conti con il classico “cigno nero”, cioè quell’evento imprevedibile, raro, ma potenzialmente devastante, in grado di produrre un ribaltamento rapido ed incisivo sul sentiment emotivo.

Il coronavirus si candida ed essere classificato in questo modo dagli storici dei mercati finanziari.

Ovviamente verrà riconosciuto come “cigno nero” solo se riuscirà a produrre un calo molto significativo dei mercati azionari globali, il che non può essere escluso, ma nemmeno dato per scontato. 

Ci hanno comunicato che il virus, battezzato 2019-nCoV, assomiglia a quello che dal novembre 2002 all’estate 2003 causò l’epidemia di SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome), che iniziò in Cina, nella regione del Guandong e poi si sviluppò ad Hong Kong e in altri 24 paesi, colpì circa 8.000 persone è causò 774 morti, con un tasso di mortalità di quasi il 10%. Va detto che allora la Cina nascose al mondo per qualche tempo l’epidemia ed ebbe una reazione scarsamente efficace nella prevenzione del contagio. Non dimentichiamo che allora la Cina era un paese emergente, ma ancor largamente sottosviluppato e con un regime restio a comunicare con la comunità internazionale. Allora la SARS provocò un calo sull’indice americano SP500, dal dicembre 2002 al marzo 2003 di circa il -17%.