Wall Street è venuta qualche vertigine, sopra 2.800 punti. Senza un catalyst specifico, l'S&P 500 ha ripiegato, chiudendo marginalmente positivo, ma sotto questa soglia, e più vicino ai minimi che ai massimi.

Dal punto di vista tecnico, non c'è molto da stupirsi. Questo livello ha respinto l'indice già 3 volte nel quarto trimestre del 2018, e un suo superamento di slancio, dopo una salita del 18% in un paio di mesi, sembra improbabile.

Personalmente, mi aspetterei una qualche forma di consolidamento che porti l'indice a testare per lo meno la media mobile a 20 giorni, intersecata l'ultima volta a inizio gennaio, e magari quella a 200 giorni.

La perdita di momentum dell'S&P 500 è avvenuta nonostante l'indicazione da parte di Trump ai reporters che le parti sono molto vicine, e un "signing summit" potrebbe venire a breve. Ciò indica presumibilmente che un evento del genere è in gran parte prezzato dai mercati, a questo punto.

Ovviamente, la tendenza moderatamente correttiva si è impadronita, stanotte, anche dell' Asia.

Tra i motivi dell'involuzione del sentiment possiamo annoverare:

  • La geopolitica: dei jet indiani hanno attaccato un campo in Pakistan (anche se deve essersi trattato di un azione dimostrativa se è vero che dal Pakistan negano che vi siano state vittime.
  • Il quadro tecnico: lo Shanghai composite ha lambito il livello di 3.000 prima di ripiegare, contagiando il resto dell'area. Considerando la rilevanza del livello, bucato a giugno, e l'ipercomprato di breve (RSI sopra 80), anche qui, come sull'S&P 500 c'è poco da stupirsi.