Non è mai troppo tardi. Nemmeno per emanciparsi. Secondo uno studio fondazione Visentini i tempi che permettono a un giovane di diventare economicamente indipendente ed autonomo, si stanno allungando ulteriormente.

La crisi... sempre lei

Complice la crisi, ma anche la necessità dettata da alcuni costumi oltre al fatto che la vita media si sta allungando, i “giovani” italiani tendono a lasciare la propria casa sempre più tardi. Infatti i numeri confermano che se nel 2004 a vent'anni si poteva avere un certo grado di autonomia conquistata, tra l'altro nell'arco di 10 anni di impegno (si presume quindi che appena finiti gli studi il ragazzo in questione avesse già discrete prospettive per una adeguata vita lavorativa), nel 2020, invece, riuscirà a tagliare il traguardo solamente dopo 18 anni di impegni. Il gap si allarga ancora nel futuro creando una “gioventù” di emancipati 50enni. Una società che cambia non solo velocemente, ma anche alla radice dei suoi equilibri più delicati. Infatti la stessa struttura familiare è stata costretta a doversi reinventare proprio a causa delle conseguenze, nefaste, della disoccupazione e soprattutto, del divario generazionale che si sta acuendo. La dimostrazione arriva proprio dal fatto che gli unici a poter contare su una certezza, in particolare, dell'assegno mensile, sono proprio gli anziani, fetta particolarmente ampia della popolazione italiana (longeva al limite del record mondiale) e che si è dovuta far carico spesso anche del mantenimento di figli (licenziati) e nipoti (disoccupati).

Sanare gli squilibri

Tutto questo ha portato anche ad altri squilibri, primo fra tutti, una generazione, quella dei 30-40enni i quali, dopo anni di stage e praticantati, si trovano nella paradossale situazione di essere culturalmente molto preparati (storicamente sarebbero quelli con il bagaglio culturale più ampio) ma troppo vecchi per essere assunti e troppo giovani per contare su una pensione che, finora, non sono riusciti a costruirsi. Il tutto senza contare che questo squilibrio di fondo non creerà altro che nuove tensioni sociali la cui radice è facile trovare in un modello di previdenza sociale che, finora, ha penalizzato, e con ogni probabilità penalizzerà ancora, le nuove generazioni. Per questo motivo lo studio parla di una serie di provvedimenti necessari per correggere lo squilibrio tra il passato e il futuro. Tutto questo dovrebbe concretizzarsi in quello che lo studio definisce come contributo solidaristico da parte della generazione più matura, a tutto vantaggio anche dell'orizzonte sociale ed economico.