Il paradosso estremo per Atene è arrivato. Chiunque pensava che la beffa per Atene fosse arrivata in occasione del referendum ignorato dell'estate del 2015 in cui la popolazione diceva NO al piano di assistenza monetaria dell'Europa, si sbagliava.

Il caso

Nelle settimane scorse il governo Tsipras, tra le proteste generali della popolazione, votava l'ennesima riforma dedicata all'austerity, al taglio delle tasse e alla riforma del lavoro per racimolare 4 miliardi di euro in cambio degli aiuti da parte dell'Unione. Peccato che, questa volta, gli aiuti non siano ancora stati stanziati. Il motivo sta nelle tensioni che coinvolgono Germania e FMI circa la gestione dell'intera crisi greca.

In breve i fatti.

Nei disegni del governo greco c'era l'intenzione di mostrare la buona volontà fattiva e di avere appunto un taglio del debito e la riammissione dei titoli di stato ellenici nella lista della spesa della Bce. Una serie di propositi che rischiano di essere pura utopia: troppo generosi secondo la Germania, o per lo meno secondo la Germania che deve presentarsi alle elezioni di fine settembre e che, seppur sgombra da minacce di forze euroscettiche (o comunque non soggetta a questi pericoli com altri) non può permettersi di giocare troppo al ribasso sulle concessioni da fare ad Atene. Dall'altra parte, invece, il Fondo Monetario Internazionale, che già da tempo ha manifestato tutto il suo scetticismo più estremo per il piano di salvataggio della Grecia, ha dichiarato di essere intenzionato a bloccare immediatamente la sua parte di aiuti. Risultato finale: 7,5 miliardi di prestiti in scadenza a luglio,che verrano concessi ma solo per pagare i debiti contratti. Nulla sul fronte del taglio del debito nonostante il pressing esercitato dal nuovo governo Macron.