Ci hanno rintronato per mesi con annunci di accordi imminenti tra Cina e USA per sancire la tregua commerciale. I mercati azionari hanno continuato a salire di 8-10 punti percentuali in ottobre e novembre, fidandosi delle promesse di Trump. Peraltro a dispetto di dati macroeconomici che riflettono un marcato rallentamento globale, proprio per le conseguenze dei dazi sul commercio mondiale, e di utili societari che in USA scendono da 3 trimestri consecutivi.

Ora scopriamo che dell’accordo imminente non si vede più nemmeno l’ombra. Anzi, i cinesi stanno preparando la lista delle imprese americane da mettere al bando come ritorsione alla legge USA in difesa degli oppositori di Hong Kong. Mentre Trump, da sbruffone, come al solito, ha dichiarato che i cinesi vorrebbero chiudere presto, ma la decisione dipende da lui e sta pensando seriamente a rinviare ogni accordo a dopo le elezioni. Non contento di litigare da sempre con i cinesi, e da lunedì anche con Argentina e Brasile, ieri, al vertice NATO, ha attaccato pure gli europei, in particolare la Francia, ma anche il nostro paese, per le tasse che tentano di far pagare ai colossi americani del web. Ha minacciato una ritorsione sul 100% dei beni importati dalla Francia e la sua amministrazione ha già aperto un’istruttoria.

Così, dal paradiso della pace commerciale, rischiamo di cadere nell’inferno di un inasprimento della situazione  con l’arrivo di nuovi dazi e l’estensione anche all’Europa del fronte bellico commerciale, mentre ricordo che mancano 11 giorni all’entrata in vigore della bordata di dazi su 200 miliardi di beni cinesi del settore giochi ed high tech, molto comprati negli USA.