Ci siamo. Immuni ha avviato ufficialmente la sperimentazione in diverse regioni in Italia. E dal 15 sarà attiva in tutta la penisola. I problemi di compatibilità con alcuni cellulari segnalati nei giorni scorsi sembrano acqua passata. Ma a quanto pare, solo il 40% degli italiani, al momento, ha deciso che scaricherà Immuni sul proprio smartphone, la maggior parte anziani. Il 30% non ne vuole sapere di installare la app di tracciamento mentre il rimanente 30% ha ancora qualche dubbio, e alla domanda: "Scaricherai Immuni?" ha deciso di non rispondere. Per ora, sono due milioni di persone ad aver installato la app studiata dal governo per limitare il contagio da Covid19. 

Immuni, dal 15 giugno app attiva in tutta Italia

Due milioni di persone hanno scaricato Immuni. Un numero piuttosto basso, è evidente. D’altronde le regioni finora attive sono Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia, non propriamente le più popolose del paese. Nonostante sia anonima e gratuita, insomma, questa nuova app di tracciamento continua a dividere, tra favorevoli e contrari. L'aspetto particolare è che probabilmente si tratta della prima applicazione “gradita” più agli anziani che ai giovani, nonostante siano ben più portati al digitale di quanto lo siano in generale gli over 60.

Questo è quello che emerge dalla ricerca dell’Università Cattolica di Cremona, realizzata dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB. I giovani sono scettici. Non si fidano dell’anonimato e soprattutto trovano "strano" che sia un'app che li costringe a mettersi in quarantena, in caso di contagio rilevato. Per quanto ci sia una netta differenza dal punto di vista demografico, è evidente che la questione sembra essere soprattutto psicologica. E questo è già un primo problema.

Immuni, il 60% degli italiani dice no alla app di tracciamento

Già perché Immuni, a quanto pare, può essere efficace solo se verrà scaricata dal 60% della popolazione, come sottolinea anche La Repubblica attraverso un'intervista al direttore del Centro di Ricerca EngageMinds Hub  Guendalina Graffiglia. Il 60% significa un valore ben lontano dalle due milioni di persone che a oggi hanno effettuato il download dell’app. Certo, siamo ancora a un livello quasi pre-sperimentale, ma è decisamente in linea al sondaggio effettuato dall'Università Cattolica di Cremona.

Da una parte Immuni è funzionale con il 60% degli italiani, dall’altra il 60% degli italiani è contraria a Immuni. 

Immuni, come funziona la app che non piace all'Italia

Una volta installata, attraverso lo smartphone, Immuni emette un segnale Bluetooth Low Energy ripetuto e continuo. Se due utenti si avvicinano, per strada o all'interno di una stanza (esempio: in ufficio) ciascuno smartphone registra nella propria memoria, sempre attraverso Immuni, l’identificativo di prossimità dell’altro, comprese la durata della vicinanza tra i due soggetti e l'approssimazione della distanza stessa tra gli utenti registrati.

Immuni, cosa succede se un utente è positivo 

Se uno dei due soggetti, successivamente, dovesse risultare positivo al coronavirus, questi, con l'aiuto e le indicazioni di un operatore sanitario, dovrà caricare su delle chiavi crittografiche dalle quali si potrà derivare la sua eventuale prossimità. La app Immuni scarica periodicamente dai server tutte le nuove chiavi caricate dagli utenti positivi al virus, contemporaneamente verifica se tali soggetti corrisondono a quelli registati nella memoria dello smarthphone dei giorni precdenti e incrocia, eventualmente, l'utente positivo al virus con il possessore dello smartphone stesso. Se durate e distanza sono stati tali da poter causare il contagio, l'utente verrà allertato.

Immuni, se un utente è positivo, cosa succede in ufficio?

Un vero guaio. Se un utente scopre di essere positivo al virus attraverso Immuni, per l'azienda in cui lavora potrebbe crearsi un bel problema. Perché dopo aver ricevuto sull'app la notifica di rischio contagio, il soggetto positivo se lavoratore dipendente, deve avvisare la propria azienda e mettersi in quarentena volontaria. Il datore di lavoro dovrà immeditamente attivarsi per tracciare i contatti con gli operatori sanitari e verificare se il contagio è a rischio diffusione in ufficio.

E' importante ricordare che la notifica di Immuni ha un valore solo ed esclusivamente probabilistico. La app dà notizia di essere stato in contatto stretto con un contagiato ma non dà la certezza della positività del possessore dello smartphone con Immuni installato.

Immuni, perché gli italiani non si fidano

Tornando al sondaggio dell'Università Cattolica, la domanda rimane sempre la stessa: come mai Immuni non piace? Il timore è sempre lo stesso: e cioè, il presunto anonimato garantito. Immuni non utilizza dati di geolocalizzazione, Gps compreso. Non raccoglie dati identificativi quali nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo email. Ciò nonostante, gli italiani si domandano se davvero la propria privacy viene rispettata da Immuni.

Molti parlano di una sorta di Grande Fratello ancora più nascosto. Perché in fondo, sarà anche vero che viene tracciato soltanto il percorso e i movimenti di ciascuno, ma si tratta pur sempre di una app inserita in un sistema operativo che elabora tutte le nostre attività, online e offline, molte delle quali sotto il nostro nome, il quale appare ogni volta che viene scaricata un’applicazione, che sia gratuita o a pagamento.

Immuni, quali sono i motivi per cui i giovani dicono: "No"

Dunque, il timore di perdere la propria libertà è alla base del “No” da parte dei giovani sull’idea di scaricare Immuni e installarla nel proprio smartphone. Sempre interpellato da La Repubblica, il direttore del centro di ricerca, nonché psicologa, Guendalina Graffigna dà un’ulteriore spiegazione di come la differenza di posizione e di vedute su Immuni sia soprattutto psicologica, più che demografica.

La tendenza dei giovani è anche quella del rifiuto, quasi automativo, a ciò che viene percepito come un’imposizione.

Dunque, a un’autorità che invita il giovane a fare qualcosa e a rispettare ciò che ti potrebbe essere detto successivamente (esempio: quarantena volontaria poiché hai incrociato una persona positiva), è quasi spianare la strada a un “no”.

Inoltre, sicuramente incide in questa direzione anche la mancanza di un’occupazione da parte dei giovani, che li rende, forse, meno consapevoli di chi invece ogni giorno lavora e ha a che fare con diverse persone, magari sconosciute, viaggia e ha l’obbligo di girare per la città in cui vive.

Meno agili dei giovani col digitale, eppure gli anziani dicono sì a Immuni

Diversa la situazione degli anziani. Paradossalmente meno abili nel digitale rispetto agli under 30 in generale. Eppure , si sono dimostrati più aperti e disponibili ad adoperare Immuni. Anche in virtù del fatto che comunque rimangono le persone più a rischio contagio. Dunque, il timore è decisamente superiore rispetto ai giovani di contrarre il virus. E Immuni può essere percepito come un nuovo strumento preventivo in grado di  migliorare ulteriormente il contenimento del contagio ed evitare rischi. 

Gli italiani si fidano ancora della scienza?

C’è un altro fattore infine da non sottovalutare e che mette nelle condizioni il 60% degli italiani, al momento, a dire no a Immuni e in generale a non fidarsi del tutto della nuova app di tracciamento.

E cioè la sfiducia nei confronti di chi fino a questo momento ci ha inviato, anzi obbligato, a rimanere a casa forzando per tre mesi un lockdown partito, per chi se lo ricorda bene, da tanti e sbandierati: “Il coronavirus non arriverà mai in Italia” o anche: “E’ solo una semplice influenza”. E cioè virologi, scienziati, ricercatori. 

La fiducia verso la scienza era molto elevata nella fase 1, ma con la fase 2 c’è stato un netto calo di aspettative. Tant’è che tra consigli e informazioni da parte degli esperti in televisione, tendenzialmente si dice tutto e il contratto di tutto e il cittadino è portato a non sapere più cosa pensare o a cosa credere. E una app come Immuni può essere percepita come qualcosa che cerca di limitare ancora di più la libertà riconquistata con la fase 3, una libertà messa già dura prova nei mesi scorsi con il lockdown.