Fra pochi mesi, forse, si vedrà la luce della riforma delle aliquote irpef.

L'Irpef, imposta sui redditi delle persone fisiche, è stata introdotta nel 1974, con 32 aliquote dal 10 al 72%, per mantenere il principio aureo della progressività dell'imposizione. Cosa significa? È un'imposta progressiva, in quanto colpisce il reddito con aliquote che dipendono dagli scaglioni di reddito, ed è di carattere personale, essendo dovuta, per i soggetti residenti sul territorio dello Stato, per tutti i redditi posseduti, anche se prodotti all'estero. L'imposta lorda è determinata applicando al reddito complessivo, al netto degli oneri deducibili indicati nell'articolo 11 TUIR, le aliquote previste dai relativi scaglioni.

Nel 2020 gli scaglioni di reddito sono cinque, e le aliquote vanno dal 23 al 43%, prevedendo una no tax area, ossia un reddito sotto il quale non si applica alcuna aliquota. La no tax area (deduzioni da lavoro e da pensione) è un valore di reddito al di sotto del quale la persona è esente da imposizione fiscale. La parte di reddito non è soggetta a tassazione ed è inversamente proporzionale al reddito percepito fino ad annullarsi dopo un certo valore. Per il 2016, la no tax area è stata allargata ai pensionati al di sopra dei 75 anni che abbiano un reddito complessivo inferiore agli 8.125,00 euro l'anno e ai lavoratori dipendenti con reddito complessivo inferiore agli 8.174,00 euro all'anno.

Al fine di rendere più proporzionale la tassazione sul reddito, sono state poi introdotte le diverse deduzioni dal reddito imponibile e le detrazioni di imposta. In altri termini alcune spese come quelle mediche per gli invalidi civili possono essere portate in riduzione del reddito complessivo, favorendo quindi una riduzione dell'imposta lorda. Quest'ultima può essere abbassata grazie alle detrazioni come gli interessi passivi del mutuo sulla prima casa, le spese mediche eccedenti una franchigia, oppure per le spese per le attività sportive del figlio o dei premi pagati per le assicurazioni sulla vita caso morte. Questo meccanismo permette di poter ricalcolare con la dichiarazione dei redditi l'effettiva imposizione e poter ottenere un credito.

Ma l'imposizione è comunque alta ed il Ministro Gualtieri ha confermato che il 2021 sarà l'anno della riforma delle aliquote Irperf. Si stima che il costo complessivo è di 10 miliardi. Una riforma che andrà finanziata in parte con una riforma delle detrazioni e dei sussidi ambientali dannosi, in parte con la lotta all’evasione. L’intento, aggiunge Gualtieri, è implementare il taglio dell’Irpef in maniera graduale al fine di garantire l'equilibrio della finanza pubblica.

La proposta di revisione Irpef

Gualtieri ha dato un piccolo indizio sulla direzione verso cui si intende andare, dicendo di apprezzare il modello tedesco di progressività con aliquota continua. Nulla ancora è deciso, come conferma già l’opposizione al modello tedesco del presidente della Commissione Finanze della Camera, l'economista Luigi Marattin.

L’esponente di spicco di Italia Viva ricorda come il modello tedesco sia basato su una formula matematica molto complessa e al contribuente viene solo detto quante tasse deve alla fine pagare, senza che capisca il perché. Il modello tedesco di progressività con aliquota continua comporta aliquote marginali costantemente crescenti dal 14 al 42 per cento, con un’ulteriore aliquota al 45 per cento. Mentre quello italiano che si basa su 5 scaglioni.

Nella sostanza, però, i due sistemi non sono poi così diversi – argomenta Carlo Cottarelli - . La tassazione media per ogni livello di reddito (cioè il rapporto tra tassa pagata e reddito), che è quello che più interessa al contribuente, cresce in entrambi i paesi in modo regolare e non troppo dissimile. Un cambiamento nel livello di progressività, se questo è quello che il governo intende ottenere, potrebbe essere quindi raggiunto anche con un numero più limitato di scaglioni e aliquote marginali senza passare al più complesso modello tedesco.

Secondo l'economista Cottarelli,

Il problema non è il numero delle aliquote, ma la complessità del calcolo della base imponibile per effetto di una pletora di deduzioni e detrazioni, il prodotto cumulato di decenni di governi che, per mostrarsi generosi, hanno colto ogni occasione per premiare questo o quel settore, questa o quella attività. 

L'altra proposta potrebbe invece vedere l'accorpamento delle aliquote centrali del 38% (tra i 28 e i 55 mila euro) e del 41% (tra i 55 mila e i 75 mila euro lordi) in un'unica aliquota al 36%. Questa strada interesserebbe oltre 8 milioni di contribuenti con un costo di 5 miliardi.

Negli ultimi giorni invece si sta presentando l'alternativa di un'incremento degli scaglioni, introducendo uno intermedio tra il 27 e 38% per rendere più equo sul ceto medio (quello che guadagna tra 27 e 55 mila euro) il sistema di tassazione.

La proposta dei commercialisti

La proposta arriva da Massimo Miani, il presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, che grida al taglio dell'aliquota del 38% ritenuta iniqua.

Secondo Miani Condividiamo l’attenzione che l’attuale esecutivo sta ponendo sui redditi del ceto medio, la priorità deve essere data ora a quei redditi compresi tra 28.000 euro e 55.000 euro lordi che scontano un’aliquota marginale del 38%, la quale, considerato il livello dei redditi su cui viene applicata, appare più espropriativa che progressiva.

La proposta è di estendere l'aliquota del 27% (per redditi tra i 15.000 euro e i 28.000 euro) fino ai redditi di 55.000 euro. Un macro scaglione tra 15.001 euro fino a 55.000 euro. Ma questa grande famiglia garantirebbe equità e progressività dell'Irpef, senza un sistema di detrazioni e deduzioni eventualmente basate sull'ISEE?.

Il focus si pone sul ceto medio, che tra l’altro è beneficiario dell’ex bonus Renzi, finanziato fino a fine 2020 e con l’incognita del 2021.

Secondo i commercialisti sono due gli aspetti principali dell’attuale sistema fiscale che andrebbero migliorati: l’eccessiva legiferazione e la mancanza di equità. Spiega Miani:

In Italia esistono ancora trattamenti iniqui due nuclei con lo stesso reddito, uno formato da una coppia senza figli e uno con figli a carico, ricevono un trattamento fiscale pressoché identico. Allo stesso tempo non c’è uniformità di tassazione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo, con quest’ultimo penalizzato per un’inaccettabile condanna di evasione fiscale. Si tratta di una disparità anticostituzionale visto che le tasse dovrebbero essere tarate sul reddito e non sul tipo di lavoro.

La mina del saldo zero

Il problema è che la riforma fiscale, così come l’intera manovra, dovrà essere a saldo zero. I tre provvedimenti anti-Covid varati dal governo (Cura Italia, Rilancio, e decreto Agosto) hanno già spinto il deficit 2020 al 12%, mentre il debito viaggia ormai verso il 160% del Pil. Impossibile andare oltre.

Per questo torna d’attualità il taglio delle tax expenditures, il coacervo di agevolazioni, bonus e incentivi che i governi hanno stratificato negli anni per poter ottenere preferenze dagli elettori, industriali e lobby.

Il nostro non è un sistema fiscale: è una giungla impossibile da comprendere per chiunque, del tutto incontrollabile – spiega Ernesto Maria Ruffini, direttore dell’Agenzia delle Entrate, in un’intervista a Repubblica – E questo perché nel corso degli anni le leggi Finanziarie l’hanno letteralmente terremotato, creando frammentazioni assurde. Adesso c’è da rifare l’edificio, ed è un’occasione da non perdere.

Ad ogni presentazione di legge di bilancio il tema della riforma fiscale è fonte di dibattito e di promesse. Tante idee, poche risorse, ma quest'anno sia per le elezioni regionali, sia per l'accesso al recovery fund potrebbe essere aprire la pista giusta al 2021 in cui avviare una riforma che sia strutturale e quindi basata su una organica revisione dei sistemi di detrazioni e deduzioni, cercando di mantenere però ferme alcune operazioni fin qui fatte o già ventilate:

Solo queste tre misure valgono oltre 30 miliardi di euro che potrebbe essere ottenute sia dal taglio delle circa 500 tax expenditures che valgono più di 62 miliardi. 

Ad oggi non è chiaro chi sarà chiamato a pagare di più, o in altre parole chi si vedrà tagliati detrazioni e deduzioni.