L'Iva è meglio non toccarla. Piuttosto sarebbe molto meglio una detrazione sulle imposte del 20% sugli acquisti di beni non alimentari. L’idea del governo è poco fattibile, criticata e di difficile attuazione. In fondo lo ha spiegato anche il premier Giuseppe Conte, sul cui tema, quello della riduzione dell’Iva, ha fatto marcia indietro nel giro di un paio di giorni dopo averla annunciandola quasi in pompa magna durante gli Stati Generali, quasi ai livelli di “Cum Magnum Gaudium Nunzio Vobis” per poi “correggere” il tiro, spiegando che costerebbe troppo e che il provvedimento sarebbe soltanto per un breve periodo di tempo.

Taglio dell'Iva? Caro Conte, l'alternativa c'è

L’obiettivo del taglio dell’Iva di un punto percentuale? Rilanciare i consumi. Gli italiani hanno paura a rimettere mano al portafogli per quanto riguarda i beni non alimentari. Ma come detto, non è sostenibile. Alle casse dello Stato costerebbe ben sette miliardi di euro all’anno. E così, ci ha pensato Federdistribuzione a suggerire un piano alternativo. Che costa la metà.

Un bello smacco per il governo. Che invece di fornire la migliore soluzione, si ritrova sul tavolo idee e piani ben più sensati, proprio da quei soggetti a cui dovrebbe risolvere i problemi, o quantomeno togliere le castagne dal fuoco.

No alla proposta di Conte di tagliare l'Iva, meglio una detrazione d'imposta del 20%

Ecco l’idea di Federdistribuzione, già portata durante gli Stati Generali all’orecchio sia di Giuseppe Conte, sia del ministro dell’economia Roberto Gualtieri. L’Iva? Lasciamola lì dov’è.

Per mettere in sicurezza il business di commercianti e imprese della distribuzione, la cosa migliore è una detrazione sulle imposte del 20%. Abbigliamento, elettronica, libri, casalinghi, il raggio dei prodotti coinvolti è molto ampio, tutti non alimentari, laddove la ripresa è sicuramente più lenta.

Il taglio all'Iva pesa 7 mld all'anno. La detrazione d'imposta costa la metà

Perché questa soluzione è migliore del taglio dell’Iva? La risposta è semplice. Costa meno. Anzi, costa la metà.

"Il nostro ufficio studi ha fatto i calcoli - spiega al Sole 24 Ore il presidente di Federdistribuzione Claudio Gradara, nonché autore della proposta - la riduzione di un punto percentuale di Iva costa 7 miliardi di euro all’anno. La detrazione d’imposta del 20% potrebbe costare 3,5 miliardi. Anzi meno, se si tiene conto del maggior gettito per le casse pubbliche dovuto all’aumento dei fatturati delle imprese e all’Iva pagata sui beni venduti".

Federdistribuzione: caro Conte, ecco perché la detrazione costa la metà

Il lavoro di calcolo dell’ufficio studi di Federdistribuzione è il seguente: la stima è una spesa potenziale di 90 miliardi di euro in beni di consumo non alimentare da luglio a dicembre, o più in generale, nella seconda parte del 2020.

Una previsione di questo tipo, sulla media delle aliquote Irpef italiane, dovrebbe ammontare a 3,5 miliardi. Soldi che potrebbero, condizionale d’obbligo ovviamente, utilizzato anche da Federdistribuzione stessa, essere riassorbiti dall’aumento dei fatturati delle imprese e dalle attività commerciali e quindi di conseguenza anche dall'aumento delle tasse pagate. 

Taglio all'Iva e cuneo fiscale ininfluenti sulla fiducia dei consumatori

Niente taglio dell’Iva dunque. E neanche taglio del cuneo fiscale. E' una proposta in controtendenza, quella di Federdistribuzione, organismo espressione della Distribuzione Moderna Organizzata, e che si compone di cinque associazioni nazionali, un vero e proprio universo articolato di imprese e di multicanalità che si differenziano per dimensioni, forme distributive e merceologie trattate. 

La verità, aggiunge Gradara, è che né il cuneo fiscale né l’Iva sono in grado di risolvere l’impasse in cui si trovano i consumi Italiani. La fiducia è ai minimi termini, anche sei i dati che arrivano a livello europeo sono in lieve ripresa: l'ultima rilevazione, seppur preliminare, da un'indagine effettuata dalla Commissione Europea presso 2.300 consumatori nell'area Euro, riporta un dato pari a -14,6 per il mese di luglio, quindi ancora profondamente negativo ma migliore rispetto al -18,7 di giugno e al -15 stimato dagli analisti. Inoltre, il potere di acquisto delle famiglie è pesantemente crollato.

Riattivare gli acquisti e salvare i negozianti: una ricetta per Conte

Per Federdistribuzione, l’unico modo per riaccendere la voglia di aprire il portafogli dei consumatori non è riempirlo, ma rendere i prodotti più appetibili.

Insomma, il prezzo più basso, dal punto di vista del marketing, di un paio di scarpe, di un libro o di un oggetto di tipo tecnologico invoglia il consumatore a comprare molto più di trovarsi in tasca qualche soldo in più. Insomma: anche chi non spende preferisce risparmiare.

Tagliare l’Iva costa troppo. E allora, ecco la detrazione dell’imposta al 20% che diventa una sorta di attività promozionale. Per un tempo limitato, per un massimo di sei mesi. Compra adesso. Ti rimborseremo una parte dei soldi che hai speso, sotto forma di detrazione fiscale. 

No al taglio all'Iva, sì alla detrazione d'imposta: ecco a chi è rivolta

I paletti. Nella proposta di Federdistribuzione lo sconto è rivolto a chi utilizza moneta elettronica e sceglie di non usufruire della spesa online ma di andare direttamente in negozio. Non dimentichiamo che l’obiettivo è di aiutare i commercianti più in difficoltà.

Il presidente Gradara garantisce che il governo abbia ascoltato con interesse quanto da lui proposto durante gli Stati Generali, nella speranza che con una dose in più di fantasia, applicando alla politica economica il concetto di promozione, ben noto a chi si occupa di marketing e commercio. Tuttavia, è bene ricordare che "ascoltare con interesse", talvolta e speriamo non sia questo il caso, è soltanto semplice cortesia.

I numeri dopo il lockdown: beni alimentari ok, ma il resto?

I numeri della crisi non lasciano spazio ai dubbi. I consumi interni generano il 60% del Pil. I danni causati dal lockdown alle aziende della distribuzione ammontano attorno agli 11 miliardi di euro al mese, circa il 20% del fatturato annuo del comparto. Le prospettive per i prossimi mesi non sono rosee. Se l'alimentare dovrebbe riuscire a chiudere il 2020 con un sostanziale pareggio, perché è vero che la grande distribuzione non si è mai fermata, ma con i ristoranti chiusi si è registrato comunque un forte rallentamento, il resto dei beni di largo consumo ha già messo in conto una perdita dei fatturati del 30%.

Le conseguenze? Per il settore, drammatiche. Perché significherebbe mettere a repentaglio il 20% delle aziende, e più di 200mila posti di lavoro. Conclude Gradara al Sole 24 Ore: "Il nostro è un comparto ad alta intensità di manodopera e dove il lavoro femminile rappresenta il 60% del totale".