La reazione dei mercati alla nuova realtà politica americana è entrata nella sua terza fase. La prima è durata due mesi ed è stata ispirata da una visione oleografica di Trump come grande amico della crescita e del business. È stata una reazione istintiva, un respiro di sollievo per non essere entrati in una amministrazione Clinton che avrebbe aumentato le tasse e reso ancora più numerose e soffocanti le regole. È stata anche una reazione disordinata, che ha visto salire insieme borsa, tassi e dollaro.

La seconda fase, partita con l’anno nuovo, ha cercato di mettere un minimo di ordine. Si è capito che un rialzo troppo rapido di tassi e dollaro avrebbe presto bloccato quell’ipotesi di accelerazione della crescita economica su cui si basava il rialzo di borsa. Bond e dollaro hanno corretto, quest’ultimo anche grazie ai tweet di Trump, e la loro correzione ha reso possibile la prosecuzione del rialzo di borsa.

La terza fase è partita il 9 febbraio, quando Trump ha annunciato che entro la fine del mese sarà pronta, parole sue, una fenomenale proposta di riforma fiscale. La borsa è ripartita di slancio un’altra volta, l’indice azionario globale ha segnato un nuovo massimo storico e una grande eccitazione positiva ha permesso ai mercati di accogliere con un’alzata di spalle la possibilità sempre più concreta di un rialzo dei tassi già in marzo.

Queste tre fasi hanno avuto una logica e sono sempre rimaste in ambiti di ragionevolezza. Non abbiamo niente da ridire sui livelli di mercato raggiunti da borse, bond e valute e rimaniamo costruttivi. Vorremmo però dedicare questo numero a un esame della notevole complessità della situazione, una complessità che non sempre vediamo riflessa nè nelle narrazioni che circolano né nella percezione soggettiva dei mercati.