A causa della pandemia di coronavirus moltissimi lavoratori hanno rischiato di perdere il posto di lavoro proprio in seguito al lockdown. Tra cassa integrazione causa Covid e crisi della produzione, le aziende hanno faticato non poco a retribuire i loro dipendenti. Per evitare i licenziamenti, però, il Governo aveva introdotto – oltre alla cassa integrazione Covid ordinaria e straordinaria e alle diverse forme di decontribuzione per l’assunzione dei giovani e dei lavoratori nel Sud Italia – anche un provvedimento che fissava il blocco dei licenziamenti fino a fine anno. 

Prima con il Decreto Cura Italia e in seguito anche con la proroga nel Decreto di Agosto, i lavoratori hanno ottenuto un’estensione del blocco dei licenziamenti fino al 31 dicembre 2020, sia per i contratti collettivi sia per quelli individuali. Tuttavia, dal prossimo anno (a partire già da gennaio 2021) non si escludono sorprese: anche per evitare licenziamenti individuali e collettivi, i sindacati hanno chiesto tutele per tutti i lavoratori di tutti i settori maggiormente colpiti dalla crisi. La richiesta è quella di estendere il blocco fino alla prossima primavera per aver modo di discutere insieme su una nuova vera riforma degli ammortizzatori sociali.

Dal canto suo, però, il titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico Stefano Patuanelli ha già allontanato la possibilità di estendere ulteriormente il blocco dei licenziamenti oltre il 31 dicembre 2020. Tuttavia, per evitare la perdita di posti di lavoro, potrebbe essere introdotta – da gennaio 2021 – una tassa sui licenziamenti sia individuali sia collettivi che andrebbe ad alimentare un fondo per le politiche attive e andrebbe quindi a finanziare l’assegno di disoccupazione (Naspi). Ecco come funzionerebbe la tassa e quali sono i possibili scenari in merito ai licenziamenti a decorrere dal 1° gennaio 2021.

Licenziamenti al via dal 1° gennaio 2021

Il blocco dei licenziamenti rimarrà operativo fino al 31 dicembre 2020, seppur con alcune eccezioni per tutte le aziende italiane. Tuttavia, i sindacati stanno premendo sul Governo affinché i lavoratori possano ottenere – a decorrere dalla scadenza – ulteriori sostegni e tutele. 

I licenziamenti collettivi, in particolare, potrebbero restare bloccati fino al termine del beneficio completo degli ammortizzatori sociali, quali la cassa integrazione causa Covid. Il termine, forse, scadrebbe in primavera. In merito ai licenziamenti individuali, invece, non ci sarà alcuna conferma: Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo Economico, ha annunciato che non ci sarà una proroga del blocco dei licenziamenti, ma invece potrebbe arrivare una tassa per le aziende che intendono lasciare a casa i lavoratori. 

In attesa del nuovo decreto che potrebbe introdurre nuove settimane di beneficio per la cassa integrazione causa Covid, la speranza dei sindacati è anche per una nuova proroga del blocco dei licenziamenti, che in questo modo potrebbe slittare fino al 31 gennaio 2020, andando di pari passo con la proroga della CIG (termine anche della dichiarazione dello stato di emergenza).

Blocco dei licenziamenti: chi rischia il posto dopo il 31 dicembre

Come detto, il blocco dei licenziamenti è una misura adottata dal Governo – dapprima con il Decreto Cura Italia e in seguito anche con il Decreto di Agosto – per tutelare tutti quei lavoratori e quelle famiglie il cui reddito complessivo dipende proprio dalla retribuzione lavorativa. L’estensione della misura – già in vigore dal 23 febbraio 2020 – fino al 31 dicembre 2020, inoltre, ha permesso di tutelare migliaia di posti di lavoro che, a causa della crisi dovuta al periodo di lockdown, sarebbero andati perduti. 

Purtroppo, però, per il prossimo anno sono state escluse ulteriori proroghe (a riferirlo è stato il titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli), mentre si pensa all’introduzione di una tassa sui licenziamenti individuali e collettivi

Per capire quali potrebbero essere i lavoratori a rischio, comunque, esistono alcuni criteri. In ottemperanza a quanto stabilito dal Decreto di Agosto, che fissa la nuova data di scadenza del blocco dei licenziamenti per ragioni economiche (31 dicembre 2020), occorre valutare la presenza di due condizioni:

  • La data di scadenza del periodo di fruizione dell’esonero contributivo che andrebbe a sostituire la richiesta di ammortizzatori sociali,
  • Il termine entro il quale il datore di lavoro ha beneficiato delle ulteriori 18 settimane previste di ammortizzatori sociali.

Analizzando i singoli casi uno per uno, quindi, occorrerà stabilire il periodo entro il quale cesserà il blocco dei licenziamenti. Comunque, occorre ricordare che il termine ultimo per beneficiare dei due ammortizzatori è il 31 dicembre 2020. Dopo tale data il blocco dei licenziamenti non varrà più per nessuna azienda.

Quando si può licenziare prima del 31 dicembre?

Nonostante il perno del blocco dei licenziamenti sia la data di scadenza, fissata al 31 dicembre 2020, esistono alcune particolari ragioni per le quali un’azienda può optare per il licenziamento anche prima della scadenza del blocco. 

Si tratta dei seguenti casi:

  • Licenziamento avvenuto a causa della cessazione definitiva dell’azienda,
  • Licenziamenti avvenuti nell’ambito della dichiarazione di fallimento dell’azienda, nelle situazioni in cui non vi sia l’esercizio provvisorio di impresa,
  • Licenziamenti avvenuti in seguito alla messa in liquidazione della società senza la possibilità di continuazione – neppure parziale – delle attività,
  • Licenziamento mediante l’accordo aziendale stipulato dalle organizzazioni sindacali a livello nazionale.

Legge di Bilancio 2021: cassa Covid e blocco dei licenziamenti

Attualmente collegato alla cassa integrazione c’è anche il blocco dei licenziamenti: infatti, qualora il Governo decidesse in modo definitivo di prorogare la cassa integrazione Covid, in modo quasi automatico slitterebbero anche i termini per il blocco dei licenziamenti. La Legge di Bilancio 2021, in merito, potrebbe rifinanziare ulteriori 9 settimane di CIG (che potrebbero salire anche a 18 settimane nel 2021). Il termine di fruizione degli ammortizzatori sociali, quindi slitterebbe alla prossima primavera, forse per il mese di marzo 2021. Di conseguenza anche i licenziamenti collettivi potrebbero restare bloccati fino a tale data.

Mentre si attende l’arrivo di un decreto interministeriale dei ministeri del Lavoro e dell’Economia, in sindacati continuano il loro pressing sul Governo al fine di ottenere maggiori tutele per i lavoratori. Secondo Landini, in particolare, il blocco dei licenziamenti dovrebbe essere prorogato almeno fino al 21 marzo 2021, in modo da avere il tempo per discutere su una vera riforma degli ammortizzatori sociali.

Secondo Maurizio Landini, segretario della Cgil, il blocco dei licenziamenti deve essere necessariamente esteso fino al termine dell’emergenza e un’eventuale riforma degli ammortizzatori sociali deve andare nella direzione di inserimento di maggiore sostegno e maggiori tutele per i lavoratori dipendenti, per le partite IVA, per gli autonomi e per tutti quei lavoratori che si trovano maggiormente esposti alla crisi economica. 

Una delle ipotesi balzate sulle pagine de Il Messaggero, prevede un blocco dei licenziamenti differenziato tra collettivi e individuali. In particolare: i licenziamenti collettivi resterebbero di fatto bloccati per ragioni strettamente economiche (legate a quelle aziende che hanno sfruttato la cassa integrazione Covid o altri eventuali ammortizzatori sociali), mentre per i licenziamenti individuali si potrebbe tornare verso una graduale normalizzazione con conseguente liberalizzazione a partire dal 1° gennaio 2021.

Per il 21 ottobre, comunque, è previsto un nuovo incontro tra i sindacati e il Governo, nel quale occorrerà decidere quale linea seguire. 

Nuova tassa per i licenziamenti da gennaio 2021

Come anticipato da alcune testate nazionali e dal titolare del Ministero per lo Sviluppo Economico, a partire da gennaio 2021 potrebbe essere introdotta – in alternativa al blocco dei licenziamenti – una tassa che i datori di lavoro dovranno versare qualora decidano di lasciare a casa un dipendente. In particolare, il denaro raccolto in questo modo potrebbe andare ad alimentare un fondo per le politiche sociali. In questo caso parliamo chiaramente di licenziamenti individuali, in quanto quelli collettivi potrebbero rimanere bloccati per ragioni strettamente economiche.

Con i soldi che i datori di lavoro verseranno nel momento in cui decideranno di licenziare un dipendente, si andrà a costituire un fondo da investire nella formazione di questi lavoratori utile infine al loro ricollocamento nel mercato del lavoro.

Come funziona la tassa per i licenziamenti

Il datore di lavoro che intende licenziare un dipendente – attualmente – deve pagare non proprio una tassa, ma una sorta di “ticket di licenziamento”. In particolare, l’ammontare di questo ticket è pari al 41% del massimale mensile della Naspi, ovvero dell’assegno di disoccupazione e serve proprio per finanziare questo beneficio. Il datore dovrà, quindi, versare questo contributo direttamente all’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS) qualora decida di tenere a casa un dipendente. 

Il versamento di questa tassa è obbligatorio non solo per i datori di lavoro di qualsiasi azienda, ma anche per i professionisti di settore che licenziano i propri dipendenti fino a un massimo di 3 anni di lavoro. Se il lavoratore, ad esempio, ha lavorato per 10 anni o per 20 anni per l’azienda, il datore dovrà pagare in ogni caso un massimo di 3 anni. L’ammontare della tassa, inoltre, è proporzionale all’anzianità lavorativa del lavoratore licenziato, raddoppia per i licenziamenti collettivi e triplica, infine, se per questi ultimi non è stato raggiunto un accordo sindacale. 

Esistono, tuttavia, anche delle eccezioni al pagamento del “ticket di licenziamento”: si tratta di quei casi in cui vengono presentate le dimissioni da parte dei lavoratori a termine o da parte dei collaboratori domestici (fatta eccezione per le dimissioni avvenute per giusta causa).