Quella di ieri, sui mercati americani, è stata una giornata di quelle destinate a rimanere per un po’ di tempo nella memoria degli operatori e, forse, in grado di decretare la fine del lungo rialzo del 2019 e l’inizio di una profonda correzione dell’euforia che i mercati hanno mostrato nei primi 7 mesi dell’anno.

La mattinata di ieri doveva metabolizzare la delusione per il semplice contentino della FED, che la sera di mercoledì ha decretato un taglio dei tassi controvoglia e solo a scopo preventivo, lasciando intendere che non è l’inizio di un percorso di alleggerimento, ma solo un aiutino alla fiducia degli operatori ed un contributo al mantenimento in salute dell’economia USA, che peraltro, a parere di Powell, rimane in ottima forma.

Avevo fatto notare, nel commento di ieri, l’atteggiamento piuttosto superficiale e il linguaggio incerto e svogliato di Powell, che sembrava fornire la conferma implicita che il taglio, che in fondo reputa inutile, sia stato concesso per soddisfare l’ansia della speculazione e per assecondare almeno in parte le ripetute ed insistite richieste di Trump. Mi si perdoni la cruda sintesi che certe parole consentono: un taglio “paraculo”.

L’atteggiamento a caldo di delusione dei mercati, che mercoledì hanno reagito con una chiusura di seduta in marcato calo, sembrava aver lasciato il posto a ragionamenti ben differenti ieri mattina. Già l’Asia ha reagito in modo assai più composto dei trader americani, forse anche grazie a dati incoraggianti arrivati dal PMI manifatturiero cinese, che ha segnalato una certa ripresa di fiducia. Anche gli indici europei hanno rapidamente smaltito quel po’ di negatività iniziale e si sono portati quasi subito in rialzo, anticipando la robusta ripresa che anche Wall Street ha attuato nelle prime due ore di seduta, che hanno permesso a SP500 di recuperare interamente il calo accusato per colpa di Powell e di riportarsi a quota 3.013, esattamente dov’era quando è stato pubblicato il comunicato FED che lo ha frastornato.