Il 3 ottobre scorso la borsa americana ha toccato il suo massimo di tutti i tempi a 2925. Quella sera Powell le ha tirato addosso un secchio di acqua gelata, dicendo che la Fed era ben lontana dall’avere completato il ciclo di rialzo dei tassi. La borsa ha iniziato a precipitare e si è fatta prendere dal panico quando ha visto i tassi a lungo, probabilmente con la regia della Fed, totalmente insensibili alle sue insofferenze e sprezzantemente immobili. La caduta dell’azionario è avvenuta nell’assordante silenzio dei membri del Fomc, un silenzio che ha confermato il sospetto che il ribasso sia stato voluto e non subito dai policy maker. I modelli di risk parity, basati sull’idea che borsa e Treasuries sono inversamente correlati, sono andati in crisi, aggravando le condizioni tecniche del mercato.

Il 24 dicembre, vigilia di Natale, la discesa si è fermata a 2325 quando la Fed ha iniziato a mandare segnali che la linea sui tassi non era rigida e che ulteriori rialzi ci sarebbero stati solo in caso di ripresa dell’inflazione al consumo, non di quella salariale. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza nel momento in cui Powell ha confermato il nuovo atteggiamento cauto e pragmatico della Fed.

In pratica la Fed ha messo un limite superiore (2925) e uno inferiore (2325) al mercato, che ha mostrato di cogliere perfettamente il messaggio andandosi a posizionare esattamente in mezzo, a 2625. Il recupero è stato corale e ha travolto qualsiasi ostacolo. La chiusura di una parte delle attività della pubblica amministrazione e lo scontro politico sul muro con il Messico, che avevano gettato nella prostrazione il mercato prima di Natale quando si prevedevano pochi giorni di blocco, sono stati serenamente dimenticati proprio mentre lo scontro cominciava ad assumere il carattere dell’oltranza e a produrre danni economici.