Il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, nel suo primo intervento al simposio di Jackson Hole, non dovrebbe farsi intimorire dalle parole pronunciate dal presidente Usa Donald Trump, il quale, qualche giorno fa in un'intervista, si dichiarava scontento delle politiche di rialzo messe in atto dalla banca centrale Usa.

Tensione tra Fed e Trump

Ma è anche innegabile che le parole del tycoon abbiano messo l'intero board Fed in una posizione delicata: un discorso troppo elusivo potrebbe far pensare ad una sudditanza dei vertici alla volontà presidenziale mentre una difesa strenua dell'indipendenza della banca centrale, invece, potrebbe suggerire, se non addirittura innescare, un clima di aperta diffidenza tra la Fed ela Casa Bianca. Il tutto proprio mentre l'economia a stelle e strisce può finalmente vedere una ripresa costante che pone la disoccupazione al di sotto del 4% e l'inflazione core vicina ala soglia indicata dalla banca centrale del 2%. Al di là dei toni del discorso, però, tutti i rappresentanti della Federal Reserve hanno confermato che le dichiarazioni di Trump non saranno di ostacolo al processo di normalizzazione dei tassi di interesse.

Per questo motivo, ormai, i mercati, consci delle altre due strette previste per il resto del 2018, danno ormai per certo un aumento del costo del denaro nella prossima seduta di settembre. Nello specifico si parla di una certezza a settembre, due probabilità su tre per l'ultimo intervento a dicembre e una su due di un di una terza stretta a 2019, anno in cui sono previsti altri 2 ritocchi (3 in totale per il prossimo anno), che porterebbero la forchetta dei tassi a 2,50%-2,75%. Ma il presidente Trump si è spinto anche oltre affermando, non pi tardi di 24 ore fa, che in caso di una sua caduta anche i mercati verrebbero trascinati in una corsa al ribasso.