Per il mercato è Trump che ha vinto

Nel “day after” della cerimonia della firma dell’accordo USA-Cina di Fase 1, i mercati hanno cominciato a fare qualche conto.

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Nel “day after” della cerimonia della firma dell’accordo USA-Cina di Fase 1, i mercati hanno cominciato a fare qualche conto.

Non mancano coloro, come il sottoscritto, che diffidano della possibilità reale che la Cina sia in grado di mantenere l’impegno che ha preso, cioè aumentare di 200 miliardi di dollari rispetto alla cifra attuale le importazioni dagli USA nei prossimi due anni. Infatti qualche presa di beneficio si è vista anche sui mercati americani, ma, francamente, debbo ammettere che i dubbi hanno inciso poco sul sentiment della borsa azionaria americana, che è riuscita a smaltire per ora tutte le prese di profitto nelle poche ore seguenti alla firma di mercoledì. Ieri è già ripreso il rialzo celebrativo che, da graduale, si è fatto nuovamente impulsivo nell’ultima ora di contrattazione di Wall Street.

Inevitabilmente tutti gli indici USA hanno allungato la catena dei record storici: SP500 è salito a 3.317 (+0,84%), Nasdaq100 a 9.126 (+0,99%) ed il vecchio Dow Jones a 29.300 (+0,92%).

Questa ennesima dimostrazione di euforia ci dice che i mercati, per ora, credono a quel che si sono sentiti raccontare da Trump. Premiano titoli e settori che dovrebbero beneficiare maggiormente della corrente di acquisti aggiuntivi proveniente dalla Cina, e mettono altri soldi (forniti puntualmente dalla FED) sulla scommessa che molto presto partiranno le negoziazioni per la Fase 2, che rapidamente risolverà il cumulo di divergenze accantonate e consentirà l’eliminazione completa, o quasi, dei dazi che al momento sono stati mantenuti.

Abbiamo l’ennesima dimostrazione che quando c’è liquidità disponibile a buon mercato, non sono certo i sogni a mancare agli investitori quando sono preda all’euforia rialzista. In questo caso il sogno della Fase 1 pare essere rapidamente sostituito da quello della Fase 2. Ed anche, se mi è consentito, dalla convinzione che quel furbacchione di Trump, che non può certo permettersi di affrontare la campagna elettorale con un’economia troppo in rallentamento e con Wall Street in calo, stia preparando chissà quali fuochi artificiali per manipolare al rialzo i mercati e la congiuntura, magari facendo decollare ancor più in alto il deficit federale, che nell’anno fiscale 2019 è arrivato a quasi 1.000 mld $, cioè 4,6% del PIL, rispetto al 3,8% del 2018. Altro che parametri di Maastricht!!