Al rientro da 2 giorni di sosta forzata (dovuta a una lieve indisposizione) trovo che l'impatto della vicenda del Coronavirus è radicalmente cambiato.

Alla base della diversa percezione direi 3 fattori:

  1. La rapidità di crescita del numero di contagiati;
  2. l'ipotesi (apparentemente confermata) che i soggetti infettati risultino contagiosi prima di mostrare i sintomi, il che rende difficile  circoscrivere il contagio;
  3. le enormi misure messe in atto dalle Autorità cinesi (quarantena per intere città, cancellazione delle feste per il capodanno, etc), che segnalano un elevato livello di allarme e avranno esse stesse impatto sull'economia.

In questa fase è francamente ancora impossibile prevedere il decorso dell'infezione, cosa che accentua il nervosismo degli investitori.  Il miglior termine di paragone è la Sars, scoppiata in Cina nel 2002/2003, che causò 8.000 infezioni e poco meno di 800 vittime. Da martedi scorso, quando ne ho parlato, in 6 giorni i dati ufficiali sono passati da 300 a 2.900 contagiati e il numero di vittime è giunto a 81. Per cui sembra un virus meno letale ma assai più rapido.

Ovviamente, dal punto di vista dei mercati, rileva la capacità di quest'infezione di ridurre l'attività economica e alimentare la risk aversion. Nel primo caso, è facile  immaginare che le  misure prese dalle autorità, i blocchi nelle città, la cancellazione delle celebrazioni e il blocco dei viaggi abbiano un effetto significativo, aggravato dall'impatto sulla confidence di consumatori e imprenditori.

Relativamente all'impatto sulla risk aversion c'è da considerare il momento particolare in cui questo shock, difficile da quantificare ma comunque significativo, giunge a colpire. Come noto, i mercati azionari (in particolare quello USA) nell'ultimo periodo hanno raggiunto livelli di iperestensione e di complacency estremi. Negli ultimi pezzi ho spesso sottolineato i livelli record di distanza dalle medie di lungo periodo, e quelli minimi raggiunti dalla media a 50 giorni del put/call parity.