Forse per questo motivo non ha potuto aiutare i misteriosi fautori di uno “strano” caso verificatosi al santuario di San Francesco di Paola. Questi i fatti: l’ex tesoriere del santuario, giunto il momento di lasciare l’incarico, ha avvisato il suo successore sullo stato del conto corrente che accoglieva le laute offerte di generosi credenti e che fino a pochi mesi fa registrava la rassicurante somma di quasi due milioni di euro, diventati in poco tempo un meno rassicurante 0.

Il che è subito risultato strano al nuovo arrivato, soprattutto considerando che la religione cattolica nella sua dottrina annovera tantissimi casi di moltiplicazione di pani, pesci e reliquie ma ultimamente sta notando, nella pratica, il susseguirsi di altrettanti miracolose sparizioni. Soprattutto ai danni di conti correnti. Da qui la denuncia ai suoi superiori e poi alle autorità competenti, che hanno tentato di ricostruire (in realtà con poco successo fino ad ora) le dinamiche. Un “miracolo” che andava avanti ormai da circa 6 anni ovvero da quando il conto corrente è stato trasferito online e da lì sono partite strane operazioni di compravendite azionarie e bonifici verso terzi.

Ora, il fatto che San Pietro non avesse un conto in banca, (a differenza di Sanpaolo che nel tempo si sarebbe dimostrato ben più previdente...), potrebbe forse spiegare l’ardore mistico con il quale il “peccaminoso carico” di denaro sia stato tolto dalle spalle della Chiesa per destinarlo a “volenterosi” destinatari decisi ad immolarsi per salvare il Vaticano dalla demoniaca tentazione della corruzione. Quello che invece risulta difficile da considerare è la mancanza di assistenza finanziaria, viste le ingenti perdite seguite alle spericolate azioni in Borsa. Evidentemente la mano anonima (ancora si sta cercando di capire chi, oltre il precedente responsabile potesse accedervi) che ha digitato sulla tastiera i codici di accesso al conto online si è affidata in toto più allo Spirito Santo che alla sapienza umana, sapienza che spesso permette di far ricorso ad esperti della finanza i quali, sebbene non onniscienti, avrebbero, chissà, amministrato meglio il capitale investito in Borsa.