Il giorno dell’Opec e della conferma, con ogni probabilità, dei tagli già concordati a novembre del 2016. Tagli che non offrono carburante al rally del barile visto che il Brent non supera i 53,65 dollari al barile in calo di 0,57%, mentre il Wti fa anche peggio con un -0,9% fermandosi a 50,9 dollari. E alla fine la notizia è arrivata: confermati gli accordi del 2016 con il taglio di 1,8 milioni di barili da parte sia di membri Opec che non Opec. Peccato ch il mercato sperasse in qualcosa di più a causa della minaccia sempre più ampia e concreta dello shale oil. 

Le certezze del mercato

Queste, al momento, le poche certezze dei mercati che si affidano non solo all’organizzazione dei paesi produttori, ma anche a membri esterni, invitati all’evento, e che già nei mesi scorsi hanno partecipato alle misure di riduzione della produzione. Una strategia che nasce dalla speranza, finora molto flebile, di poter riequilibrare gli scompensi dati dall’iperproduzione Usa di shale oil. I primi target che trapelano dalle indiscrezioni, parlano di un prolungamento dei tagli di altri 9 mesi, questo perché il mercato riuscirà a trarre beneficio dalle misure solo sul lungo periodo. Questa, almeno, la convinzione degli esperti, che contrasta con i dubbi degli investitori i quali hanno da tempo assunto un atteggiamento di generico scetticismo verso la ripresa delle quotazioni. Infatti sul barile si è creato un gioco perverso nato proprio con la chiusura a novembre dell’accordo sui tagli e rafforzatosi in seguito, con il rispetto delle quote previste per ogni paese.