Infine, il panico.

La recente volatilità dei mercati, e il deterioramento del quadro macro internazionale avevano alimentato attese di un atteggiamento accomodante da parte della Fed, con alcuni commentatori che addirittura si attendevano un rinvio del rialzo dei tassi. Nulla di tutto questo: effettivamente il Committee ha abbassato a 2 i rialzi proiettati per il 2019, e ridotto il tasso neutrale di lungo periodo. Ma nel contempo ha indicato che ha in programma di rialzare anche a marzo (mantenendo la notazione "some further gradual increases").

Powell ha inoltre mostrato scarsa sensibilità per la volatilità sui mercati, dichiarando che la Fed li monitora, ma nessuno di questi è considerato un "indicatore dominante". Ha poi aggiunto che finora le turbolenze non hanno modificato l'outlook. In altre parole, lo strike della Powell Put è ancora parecchio lontano.

Non è passata inosservata poi la nonchalance con cui il Presidente FOMC ha respinto l'idea che la balance sheet reduction stia causando problemi al sistema finanziario e al credito.

Troppo, per un mercato che attendeva rassicurazioni che la Fed era pronta a venirgli in soccorso. Così Wall Street ha violentemente invertito la marcia, terminando con un pesante passivo (-1.5%) ai minimi da settembre 2017.

Personalmente sono sorpreso del piglio di Powell, ma non critico quanto altri più blasonati commentatori, che ipotizzano a chiare lettere un errore di policy. Al di la delle isterie del mercato, e di investitori eccellenti che non hanno mancato di fare richieste simili in varie occasioni (tapering, primo rialzo, etc), il quadro macro interno non offre molti appigli per giustificare l'annuncio di una pausa nei rialzi: la disoccupazione è ai minimi storici, l'attività economica robusta, i consumi forti, i margini elevati.