Emettere una fattura può costituire una reato? Sì se se il soggetto emittente ha chiuso la partita Iva molti anni prima rispetto all'operazione: questo potrebbe costituire una indizio idoneo a a far presumere, oltre al fatto che il fornitore non esista, anche che il destinatario della fattura stessa fosse a conoscenza dell'operazione. Questa potrebbe inserirsi in quello che comunemente potrebbe essere definitivo come evasione fiscale.

Nel caso in cui si dovesse verificare questo caso, l'amministrazione finanziaria avrebbe il pieno diritto a non riconoscere la detrazione dell'Iva afferente, in quanto l'opezione sarebbe a tutti gli effetti inesistente. Il principio è stato affermato con l'ordinanza n. 7337 del 17 marzo 2020 dalla Corte di Cassazione.

Partite Iva: la contestazione di una fattura

L'ordinanza delle Corte di Cassazione ha preso le mosse da un avviso di accertamento del 2005, quando l'Agenzia delle Entrate aveva deciso di non riconoscere la detrazione dell'Iva relativamente ad operazioni che furono ritenute soggettivamente inesistenti. La decisione degli uffici tributari era stata presa in questo senso, in quanto la fattura era stata emessa da una società che aveva cessato la partita Iva nel 1993.

La Commissione tributaria regionale hanno ritenuto che la chiusura della partita Iva in un periodo antecedente di parecchio tempo rispetto all'operazione costituiva un evidente segnale dell'inesistenza soggettiva dell'operazione. A questo punto era onere della società acquirente dar prova di non essere a conoscenza di partecipare ad una frode Iva. In questo caso non sono state ritenute sufficienti, ai fini della regolarità formale, l'avvenuto pagamento e la registrazione nei libri contabili della fattura ricevuta. In altre parole, secondo i giudici, per la società acquirente sarebbe stato facile accertare che la partita Iva del cedente non era esatta.

La società che ha ricevuto la fattura ha provveduto ad impugnare la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, dove ha lamentato la violazione e la falsa applicazione degli articoli 17, 19 e 21 del Dpr n. 633 del 1972. stando alla tesi portata avanti dagli avvocati della società, il giugdice d'appello non avrebbe esaminato le circostanze che provavano la buona fede della stessa società. Quest'ultima riteneva, inoltre, che l’onere di prova circa la presenza di operazioni soggettivamente inesistenti e la sussistenza di indebiti vantaggi fiscali in capo al fornitore graverebbe sull’Amministrazione finanziaria.

Partita Iva: la legittimità di una fattura

I giudici hanno iniziato a fare chiarezza sulla situazione. Il punto principale della questione riguardava il corretto inquadramento della controversia. Questa non attiene al fatto che l'operazione sia stata effettivamente eseguita, ma si limita a contestare la detrazione dell'Iva afferente a operazioni ritenute soggettivamente inesistenti, perché effettuate con soggetti fittiziamente interposti.

Non è stata quindi contestata la regolarità formale dell'operazione. La contabilità era stata tenuta regolarmente, la fattura registrata, ed era stato documentato il regolare pagamento della fattura. Questi, secondo i giudici, sono espedienti che vengono utilizzati per far apparire come reali delle operazioni fittizie.

La Corte di cassazione ha prontamente respinto la tesi secondo la quale spetterebbe all’Amministrazione finanziaria la prova dell’interposizione fittizia del fornitore o dell’esistenza di un disegno fraudolento ascrivibile al contribuente in termini di perseguimento di indebiti vantaggi fiscali.

La giurisprudenza di legittimità è ferma nel ritenere che, in tema di Iva, l'Amministrazione finanziaria, la quale contesti che la fatturazione attenga ad operazioni soggettivamente inesistenti, inserite o meno nell'ambito di una frode carosello, ha l'onere di provare, anche solo in via indiziaria, non solo l'oggettiva fittizietà del fornitore ma anche la consapevolezza del destinatario che l'operazione si inseriva in una evasione dell'imposta e, inoltre, che la prova della consapevolezza dell'evasione richiede che l'Amministrazione finanziaria dimostri, in base ad elementi oggettivi e specifici non limitati alla mera fittizietà del fornitore, che il contribuente sapeva o avrebbe dovuto sapere, con l'ordinaria diligenza in rapporto alla qualità professionale ricoperta, che l'operazione si inseriva in una evasione fiscale, ossia che egli disponeva di indizi idonei a porre sull'avviso qualunque imprenditore onesto e mediamente esperto sulla sostanziale inesistenza del contraente (fra le tante cfr Cassazione n. 5820/2020, n. 21809/2019 e n. 9851/2018).

Partita Iva: ecco quando c'è la frode nella fattura

L’Amministrazione finanziaria non ha l’onere di provare l’ascrivibilità della frode al contribuente accertato o il perseguimento di un indebito vantaggio fiscale mediante l’illegittimo comportamento del fornitore bensì dimostrare, in base a elementi certi, la fittizietà del cedente e la consapevolezza del cessionario.

Nel caso di specie il cedente “formale” aveva chiuso la partita Iva in epoca antecedente al periodo di emissione del documento. A parere della Corte di Cassazione tale circostanza costituirebbe chiaro indizio dell’alterità dell’operazione.