Dal Festival dell’Economia di Trento, Giuseppe Conte recita in maniera lapidaria il funerale del progetto sperimentale di anticipo pensionistico in scadenza a fine 2021: ‘Non è all’ordine del giorno il rinnovo di Quota 100’.

Già da tempo si sapeva del tramonto del sistema a suo tempo fortemente voluto da Salvini. Chi, vicino all’età pensionabile sperava nel suo rinnovo alla scadenza, ha abbandonato da molte settimane questo pensiero. Ha iniziato invece a seguire con attenzione gli sviluppi dei negoziati fra Governo e parti sociali, volti a delineare una riforma pensionistica che renda meno ostico lo scalone del 1° gennaio 2022, e metta d’accordo conti dello Stato, lavoratori e soprattutto UE.

La pensione anticipata Quota 100 non sarà rinnovata

Quota 100 era un progetto di riforma triennale che suppliva a un disagio sociale che si era creato. Quello di persone che avevano la finestra pensionistica all’indomani e se la sono vista allontanare da un giorno all’altro di molti anni. Quota 100 non è all’ordine del giorno.

Queste le parole di Giuseppe Conte che chiariscono senza ombra di dubbi la posizione del Governo sul tema del destino del meccanismo sperimentale.

Per quanto riguarda il discorso pensionistico auspico che possiamo, tra le varie riforme che ci aspettano, anche lavorare in questa direzione. Dovremo avere il coraggio di metterci attorno a un tavolo e fare una lista dei lavori usuranti, perché non possiamo mettere tutti sullo stesso piano.

Ci sono lavoratori, continua il Premier, come ad es. il professore universitario che non vorrebbero andare in pensione prima dei 70 anni, esigenza che sicuramente non avranno altre categorie di lavoratori per le quali, in ragione delle mansioni svolte, non è possibile prospettare una vita lavorativa così lunga.

La differenziazione fra categorie di lavoratori è dunque la politica che sembra guidare le decisioni che verranno prese nei prossimi mesi in tema di Riforma pensionistica. Sono già stati presi in esami molti possibili meccanismi, volti a trovare un giusto equilibrio fra età anagrafica e età contributiva, e a garantire una flessibilità in uscita dal mondo del lavoro prima dei 67 anni previsti dalla Legge Fornero.

Quota 100 sembra quindi non verrà rinnovata alla sua scadenza naturale. 62 anni di età e 38 anni di contributi, nonostante siano una soluzione appetibile per i Sindacati, per i conti dello Stato non sembrano rappresentare una combinazione ancora sostenibile. Un costo di 20 miliardi di Euro annuali, non sono compatibili con l’attuale bilancio italiano, e soprattutto sarebbero troppo lontani dall’impegno in un percorso virtuoso di discesa della spesa pensionistica che l’Italia dovrebbe intraprendere, soprattutto alla luce dei vincoli imposti dall’UE. Questo anche qualora venisse adottato un sistema di penalizzazione dell’assegno del 3% per ogni anno di anticipo rispetto all’età necessaria al raggiungimento della pensione di vecchiaia.

E ancora, la stessa Quota 100 è risultata essere un meccanismo iniquo che va a favorire i lavoratori che godono di un lavoro continuo e stabile e i dipendenti pubblici.

In pensione anticipata a 62 anni con Quota 98

L’adozione di meccanismi alternativi alla Quota 100, in grado di garantire altrettanta flessibilità in uscita ma meno costosi, è diventato pertanto il baricentro della ricerca della nuova riforma pensionistica. L’estate appena trascorsa è stata un susseguirsi di proposte di meccanismi, e talvolta anche di adeguamenti di sistemi già in uso, come Quota 41. Allo stato attuale sembra che la Quota che trova il migliore accordo fra Governo e Sindacati sia la 98.

Quota 98 è un tentativo di accordare l’età pensionabile anticipata di Quota 100 con i lavoratori addetti a mansioni usuranti. Chi non vuole uscire dal mondo del lavoro al tempo dell’età pensionabile dei 67 anni, potrebbe scegliere l’uscita anticipata a 62 anni e con un minimo di 36 anni di contributi (ovvero Quota 98). I lavoratori che avrebbero accesso a questa uscita anticipata sono gli stessi che oggi possono fare richiesta dell’APE Sociale, ovvero disoccupati, invalidi e caregivers (oggi per chi ha 63 anni e 30 di contributi), e lavoratori gravosi (rispettivamente 63 e 36 anni contributivi). L’assegno previdenziale mensile di questi neo pensionati, in questa fase puramente ipotetica, non subirebbe penalizzazioni, o comunque lo sarebbe in misura minima.

In questo nuovo assetto pensionistico, tutti gli altri lavoratori alla ricerca di un’uscita dal lavoro anticipata, troverebbero l’accesso alla pensione, calcolata con il calcolo contributivo, a 64 anni con almeno 37-38 anni contributivi. Questo anticipo, rispetto ai 67 anni di vecchiaia, avrebbe un costo quantificabile del 2,8-3% per ogni anno di anticipo.

Si arriverebbe pertanto alla cosiddetta Quota 102, il meccanismo che ridurrebbe a 3 anni lo scalone dei 5 anni che ci separerebbero dalla Legge Fornero alla conclusione del 2012. Il meccanismo avrebbe un costo di 2,5 miliardi all’anno fino al 2028, con un risparmio annuale di circa 11 miliardi rispetto al sistema anticipato attualmente in vigore. Secondo le stime più recenti, una riforma pensionistica di questo tipo andrebbe a interessare una platea di 150 mila lavoratori all’anno.

A corollario della Quota 102, il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, ha introdotto il ‘contratto di solidarietà espansiva’ e la ‘misura di staffetta generazionale’ attraverso i quali si agevolerebbe l’accesso dei lavoratori più anziani e contestualmente si agevolerebbe l’ingresso al mondo del lavoro per i più giovani.

In pensione con la Quota 41 proposta dalle parti sociali

CGIL, CISL e UIL, nelle tavole rotonde con i rappresentanti e i tecnici del Governo, sembrano spingere da sempre la causa della Quota 41, con 41 anni contributivi e assegno privo di penalizzazioni per tutti, indipendentemente dall’età anagrafica. Attualmente questo sistema pensionistico anticipato è in vigore e destinato ai lavoratori precoci, che trovano una finestra di accesso alla pensione se rispondono a determinati requisiti.

Forse questa è la formula più semplice fra tutte quelle ipotizzate, fortemente difesa da Salvini, che sembra però andare nettamente in direzione opposta alla politica di differenziazione del Premier Conte, citata più sopra. Anche gli stessi conti pubblici non tornerebbero a favore della Quota 41 estesa all’intera platea di lavoratori: 12 miliardi di Euro, per il solo primo anno, sono davvero troppi da digerire per il debito italiano e ancora più difficili da fare digerire all’UE.

Il percorso verso la nuova Riforma pensionistica, che dovrebbe concludersi entro la fine del 2021, si snoda lungo due direttrici: la Legge di Bilancio 2021 e il famoso Recovery Plan italiano. Con i 209 miliardi di Euro ricevuti dall’Europa, il Governo italiano dovrebbe essere in grado di dimostrare di sapere recuperare il passo indietro compiuto con Quota 100, riallineandosi alle raccomandazioni europee. Ricordiamo, a questo proposito, come il sistema previdenziale italiano sia in netto contrasto con le linee guida di Bruxelles in materia di pensioni. Pur avendo un’età minima di accesso alla pensione di vecchiaia (67 anni) fra le più elevate in Europa, offre agli stessi lavoratori finestre di uscita anticipata dal lavoro molto spinte, come Quota 100 e Opzione Donna, che sicuramente sono in netto contrasto con le aspettative dell’Unione Europea.

Quest'ultima, fondamentalmente, è la terza forza che sposta il baricentro delle ipotesi avanzate di uscita flessibile. Se da una parte abbiamo i Sindacati a difesa dei lavori tutti, gravosi e svantaggiati, per i quali propongono uscite flessibili, leggere e non penalizzanti, anche a scapito di conti pubblici che in tale maniera verrebbero messi a dura prova in un prossimo futuro, dall’altra troviamo le forze di Governo, che con i loro tecnici e i loro conti alla mano tentano di arginare le emorragie di spesa e di mostrarsi virtuosi a Bruxelles che ci osserva attento.

Le pensioni INPS fino al 2022

La strada che ci separa dal primo gennaio 2022 è ancora lunghissima, e sembra ci siano ancora moltissime decisioni da prendere sui tavoli dei negoziati fra Sindacati e Governo. Almeno questo è quanto riusciamo a percepire. Fino a quella data, però, cosa si possono attendere i lavoratori vicini all’età pensionistica, oppure rimasti privi di lavoro o in Cassa Integrazione a causa Covid-19, che si sono trovati improvvisamente di fronte al bivio se scegliere fra la ricerca di una nuova occupazione o la domanda di accesso al sistema previdenziale anticipato?

La Quota 100 sarà sicuramente conservata fino alla sua naturale scadenza del 31 dicembre 2021. Pur con tutte le obiezioni che riesce a sollevare, le viene comunque riconosciuta la capacità assolvere la funzione di ammortizzatore sociale, soprattutto nel momento di crisi attuale.

Sono molto probabili, inoltre, le proroghe di altri meccanismi pensionistici, a favore di categorie specifiche di lavoratori, che sono già da tempo operativi. L’APE Sociale viene, ad es., proposta dai Sindacati come una candidata alla proroga, in attesa della Riforma. La platea dei fruitori verrebbe ampliata, oltre ai lavoratori addetti a mansioni gravose e usuranti e ai precoci, anche a coloro che sarebbero maggiormente esposti al rischio di contagio da Covid-19.

Discorso analogo sulla proroga di Opzione Donna, la formula di pensione anticipata sulla quale sembra esserci ampia convergenza di intenzioni fra parti sociali e Governo. Le lavoratrici, sia del settore pubblico che di quello privato, se la proroga sarà confermata, potranno richiedere, fino al termine del 2021, l’uscita anticipata dal lavoro con 35 anni di contributi minimi maturati fino al 31 dicembre 2020. Per le lavoratrici autonome questo sarà possibile se nate entro il 31 dicembre 1961, per le lavoratrici dipendenti, invece, l’anno di nascita dovrà ricadere entro il 31 dicembre 1962.

Sono molti gli interrogativi che si pongono sul tema della Riforma della pensione. Gli scenari mutano rapidamente e offrono variegate ipotesi di uscita anticipata a ritmi quasi giornalieri. Soltanto i prossimi incontri fra Governo e Sindacati sapranno proporci una soluzione definitiva a una questione che non solo ha ricadute pratiche su chi è prossimo a abbandonare il lavoro, ma anche sulle generazioni che ancora non sono attive, e che in una maniera o nell’altra subiranno le conseguenze delle decisioni che verranno prese in questi mesi.

Ha collaborato Manuela Donghi