Sarebbe meraviglioso conoscere in anticipo il nostro destino pensionistico, conoscere attraverso un’informazione ufficiale fornita dal Governo, lo stato presente delle pensioni e del loro futuro. Consultare un sistema pubblico previsionale che non si basi quasi esclusivamente sulla crescita del Pil e sulla speranza di vita, al fine di pianificare ragionevoli scelte di risparmio. Un po’ come fermare l’automobile quando una spia rossa si accende, e prendere provvedimenti per evitare di fare ulteriori danni proseguendo la marcia.

Le buste arancioni dell’Inps

Ebbene, estendendo l’analogia, il guasto è il Covid-19, l’imprevisto. La spia rossa è la comunicazione pubblica, ufficiale, della salute delle pensioni. Cosa potrebbe accadere in futuro lo immaginiamo, lo intuiamo, ma non esistono spie rosse ufficiali a indicarci il reale pericolo. Continuiamo a versare contributi in un sistema pensionistico che utilizza parametri di giudizio scossi violentemente dalla pandemia, senza trovare punti di riferimento precisi.

Le famose ‘buste arancioni’ dell’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, furono un timido tentativo di fornire al cittadino un calcolatore pubblico capace di prospettare il futuro più probabile delle nostre pensioni. Una pratica questa, che nel resto d’Europa è ormai consuetudine storica. L’ultima comunicazione al cittadino di questo tipo è partita oltre un anno fa, estinguendosi poi nel silenzio.

Il nostro paese continua a fare affidamento a simulazioni pensionistiche che hanno origine da organismi privati, molto eterogenei fra loro e non certificati, che pur nella loro onestà intellettuale e attendibilità, forniscono soltanto un risultato parziale alternativo a un evidente fallimento dello Stato. Il lavoratore pertanto è costretto a farsi un’idea sommaria di cosa lo aspetta in futuro, più subendo la pensione che gli tocca, che essere parte attiva della sua stessa realizzazione.

Abbiamo allora in gioco tre elementi su cui si incardina il sistema pensionistico: una riforma che davvero pare nessuno abbia la minima idea di come attuarla, un’aspettativa di vita in continua crescita e un Pil in vistosa decrescita.

Pensioni ridotte dal 2021

È evidente anche ai meno esperti come il sistema pensionistico stia navigando in un mare di incertezze. Mesi fortemente interlocutori nei quali il destino della Quota 100 sembra ormai segnato e il rafforzamento di soluzioni alternative già esistenti come l’Ape Sociale e l’Opzione Donna, cercano di sorreggere una situazione di stallo.

Mesi ulteriormente complicati dalla crisi pandemica ancora in corso, che portano a interrogarsi sulle reali capacità del sistema pensionistico a reggere il carico presente e dell’immediato futuro, indipendentemente dalle strategie adottate.

Partiamo dai coefficienti di trasformazione del montante di rendita pensionistica che avranno decorrenza dal primo gennaio 2021, come disposto dal Decreto ministeriale del ministero del Lavoro il primo giugno 2020 (GU 147 dell’11 giugno). Da oltre un decennio assistiamo a un aggiornamento dei coefficienti al ribasso della rivalutazione del montante contributivo, che si traduce in un assegno pensionistico più leggero. Dal primo gennaio 2021, tutte le pensioni subiranno una contrazione: chi andrà in pensione nel biennio 2021-2022 percepirà un assegno mensile inferiore a chi è andato entro il 31 dicembre 2020. La nuova tabella 2021 mostra una riduzione dello 0,50% circa rispetto ai coefficienti attualmente utilizzati. Se invece i coefficienti li raffrontiamo a quelli in vigore nel 2009, la riduzione si amplifica del 12%.

I coefficienti variano sulla base dell’età anagrafica del cittadino nel momento in cui gli viene riconosciuta la pensione e crescono all’aumentare dell’età stessa. Vengono aggiornati ogni tre anni, in accordo alla riforma Fornero, che ne prevede un adeguamento, parallelamente allo scatto della speranza di vita.

Questo è ciò che succede nel normale corso degli eventi. Ma se interviene un’emergenza della portata Coronavirus, cosa accade al futuro delle pensioni?

Aumento delle domande Inps al termine della Cassa Integrazione

La pandemia Covid-19 ha sicuramente impattato i bilanci statali sotto molti aspetti. Le pensioni del prossimo futuro, ad es., saranno indirettamente coinvolte come conseguenza delle attuali scelte dei lavoratori che si sono visti costretti a convivere con la pandemia.

La Quota 100, tanto invisa da praticamente tutti i fronti, ora potrebbe essere considerata un buon paracadute dai lavoratori a rischio licenziamento causa Coronavirus o all’uscita dalla Cassa Integrazione, con un’età che difficilmente ne consentirà il ricollocamento. Questa misura previdenziale, che permette l’accesso alla pensione a lavoratori dipendenti, autonomi e subordinati che hanno raggiunto l’età anagrafica di 62 anni e il requisito minimo contributivo di 38 anni, può rappresentare un’ottima opportunità per uscire dal lavoro, nel momento in cui sono alte le probabilità di perderlo, pure con un taglio del 10% sull’assegno pensionistico, ma con qualche certezza in più.

Discorso molto simile anche per l’Opzione Donna. Le lavoratrici con almeno 58 anni, o 59 anni se autonome, che possono fare richiesta di congedo raggiunti i 35 anni di contributi, molto probabilmente, di fronte all’imminente scadenza della Cassa Integrazione o a un possibile licenziamento, opteranno per una soluzione di tipo pensionistico con un assegno decurtato ma sicuro, rispetto a una pensione di anzianità tradizionale.

Discorso analogo per l’Ape Sociale, l’anticipo pensionistico progettato per determinate categorie di lavoratori svantaggiati, a cui molti faranno ricorso di fronte a un imminente licenziamento causa pandemia o al termine della Cigo.

2020: aumento delle richieste di accesso alla pensione

Con la pandemia Covid-19 si registrerebbe, dunque, un incremento sostanziale delle richieste di accesso alla pensione. Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, ha spiegato che in una situazione ordinaria, l’Inps avrebbe dovuto gestire circa 50 mila domande di Quota 100 e 10 mila di Opzione Donna. Ora, la pandemia ha costretto a rivedere i numeri al rialzo. Potenziali situazioni di Cassa Integrazione prolungata e di disoccupazione andranno a incentivare l’utilizzo di Quota 100, per cui si può stimare per il 2020 almeno 150 mila concessioni di pensioni. Se si considera anche l’Opzione Donna, l’Ape Sociale e precoci, prosegue Brambilla, la stima potrebbe sfiorare le 240 mila pensioni concesse, escluse le anticipate. Un enorme aumento del numero di pensionati che andrà inevitabilmente a mettere in crisi il sistema pensionistico. Se nel 2018 la spesa previdenziale è stata di 225 miliardi di Euro e nel 2019 ha raggiunto i 230 miliardi, nel 2020 si stima possa raggiungere i 240 miliardi di Euro.

L’Inps fra Pil e occupazione

Contrariamente a quanto si può pensare, il Pil sicuramente non avrà una ripresa a forma di V, non rimbalzerà cioè come una palla lanciata a piombo dal terrazzo di casa, ma si riprenderà lentamente, seguendo una curva lenta e distribuita nel tempo.

Per il 2020 è previsto un calo del Pil del 10%, con un rimbalzo del 4% per il 2021 e per il 2022. Sempre facendo riferimento a una totale assenza dello Stato in fatto di informativa al lavoratore, citiamo la stima del settimanale Panorama che prevede una riduzione dell’assegno mensile fino al 6% per il 2021 causa pandemia.

Tutto questo si sostanzia nel calo dell’occupazione e delle entrate contributive. Ovvero: meno gente che lavora, dunque meno persone che versano contributi. Ancora secondo Alberto Brambilla, l’Inps potrebbe avere fra i 10 e i 19 miliardi in meno di entrate e fra i 10 e i 12 miliardi in più di maggiori uscite, con un disavanzo nel 2020 di 25 miliardi in più e 50 miliardi di deficit. Il rapporto fra attivi e pensionati scenderebbe al di sotto dell’1,4, che tradotto in termini di riduzione degli occupati corrisponderebbe a una riduzione di 600 mila unità lavorative.

La Banca d’Italia spinge ancora oltre le prospettive più pessimistiche, stimando un calo fra gli occupati 2020 compreso fra 900 mila e 1,2 milioni di lavoratori.

Verso una riforma delle pensioni

In tutte queste previsioni buie e pessimistiche c’è chi, tuttavia, vede una via di uscita, capace di armonizzare dati di criticità con strategie risolutive, almeno temporanee.

Una riforma organica della disciplina degli ammortizzatori sociali, volta a rendere l’istituto meno farraginoso e più idoneo a rispondere tempestivamente alle esigenze di tutela delle imprese e dei lavoratori.

Questa sembra essere la priorità post-Covid-19 del Ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo. Nello specifico, un miglioramento e un’ottimizzazione del sistema degli ammortizzatori sociali, sempre con un occhio di riguardo alla semplificazione delle procedure di accesso.

Una riforma vera e propria del sistema pensionistico, tuttavia, richiederà ancora qualche tempo per essere varata. Il sottosegretario all’economia, Pier Paolo Baretta, ci ricorda come il prossimo importante step sarà la legge di bilancio dedicata alla riforma fiscale. Il successivo traguardo, invece, affronterà la riforma previdenziale. E qui arriviamo al primo gennaio 2022, quando finalmente si scioglierà lo scoglio dello scalone creato dalla fine della Quota 100, momento topico in cui l’età pensionabile sale dai 62 ai 67 anni, improvvisamene di cinque anni.