Pandemia da Covid19, pandemia sociale, pandemia economica, incertezza, chiusure, mini lockdown, coprifuoco. Quali effetti? Il fatturato di migliaia di imprese verrà nuovamente messa in crisi e con essa ne risentirà il PIL, cui sono agganciate le pensioni. Infatti nel confronto tra governo e sindacati di questa settimana, si è cercato di evitare che a fronte di ulteriori cali del prodotto interno lordo, anche le pensioni vengano tagliate. Il collegamento dell'assegno della pensione all'andamento del PIL è vantaggioso se il PIL cresce, ma di sicuro diventa una catastrofe se il PIL cala. Sulle già basse pensioni di milioni di italiani. Ma anche i pensionati d'oro non se la passano meglio, seppure le differenze degli importi degli assegni sono abissali.

Pensioni: il criterio di perequazione

Al fine di rendere invariato il potere d'acquisto delle pensioni, queste crescono al crescere dell'inflazione. In realtà se in termini nominali, la pensione aumenta monetariamente, da un punto di vista reale, dunque cosa posso comprare con quella pensione, essa rimane la stessa. Se infatti aumentano i prezzi dei beni o servizi, ed aumenta anche la pensione di un importo che tiene conto dell'inflazione, in realtà il pensionato potrà comprare sempre la stessa quantità di beni o servizi. Se l’Inps non procedesse alla perequazione, infatti, le pensioni perderebbero valore anno dopo anno. Il sistema di calcolo prevede, infatti, per legge una rivalutazione del 100% dell’inflazione per le pensioni fino al quadruplo del trattamento minimo. Con l’aumentare dell’assegno scenderà la sua rivalutazione. Ma se l'economia non cresce come in questo periodo ed i consumi sono al palo, ecco che ci troviamo di fronte ad un'inflazione negativa. Dunque gli assegni dovrebbero calare.

Il ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, era arrivata perfino ad annunciare una proposta di legge per sterilizzare gli effetti di possibili cadute del PIL sugli assegni pensionistici. Già, perché se il PIL sale, anche gli assegni pensionistici salgono; ma se l'economia va a rotoli anche il valore delle pensioni si adegueranno, andando incontro a cali e svalutazioni. A questo proposito, per salvare i pensionati dalla possibile tempesta perfetta, si era parlato di un coefficiente di capitalizzazione del montante, utile per quantificare le pensioni, pari a uno in caso di PIL negativo (salvo recupero da effettuare sulle rivalutazioni successive).

Ma bisogna fare i conti con gli effetti fiscali di tale norma. Ed infatti come riporta Il Sole 24 Ore, la nuova clausola sul PIL rischia lo slittamento. E, di conseguenza, niente tutela dal rischio di diminuzione dell'importo dell'assegno della pensione. Il piano del Ministro Nunzia Catalfo, al lordo degli effetti fiscali, dovrebbe infatti raggiungere un costo compreso tra i 2,5 e 3 miliardi di euro nel 2023, a salire negli anni successivi.

Pensioni ridotte? Salvate fino al 2022

Dal 2015, in pieno governo Renzi, fu introdotta la clausola di salvaguardia, per cui in caso di recessione gli effetti delle rivalutazioni, in negativo, delle pensioni sarebbe stato nullo. Questa clausola era stata pensata in virtù di una media quinquennale negativa sull'anno 2015 da ricollegarsi alla recessione provocata dalla crisi dei debiti sovrano del 2011-2012. Tale clausola dovrebbe ancora essere valida ed applicata fino al 2022, anno in cui comunque il Mef ritiene ci saranno gli effetti della recessione sulle pensioni.  L'attuale salvaguardia rinvierebbe la penalizzazione sotto forma di decurtazione delle rivalutazioni a partire dal 2023.

A detta dei tecnici del governo, insomma, la norma del 2015 (legge 109 di conversione del dl 65) – che prevede la salvaguardia dall'effetto recessione sulla rivalutazione delle pensioni – sarebbe valida anche per tutti coloro che usciranno dal mercato del lavoro nel 2021. Quindi al momento la perdita di valore della pensione, o una sua svalutazione è scongiurata almeno fino a tutto il 2021. 

Pensioni: assegni più bassi?

Come ogni anno, anche a fine 2020 il governo determinerà l'ammontare della rivalutazione delle pensioni, legate all'inflazione rilevata dall'Istat. E l’aumento previsto per il 2021 sarebbe in linea con quello di quest’anno.

Per il triennio 2019-2021, la Legge di Bilancio prevede dunque una revisione del meccanismo così strutturata: 

  • Il 100% dell’inflazione per le pensioni di importo fino a 3 volte il trattamento minimo INPS;
  • Il 97% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 3 e 4 volte il minimo;
  • Il 77% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 4 e 5 volte il minimo;
  • Il 52% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 5 e 6 volte il minimo;
  • Il 47% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 6 e 8 volte il minimo;
  • Il 45% dell’inflazione per le pensioni di importo compreso tra 8 e 9 volte il minimo;
  • Il 40% dell’inflazione per le pensioni di importo oltre 9 volte il minimo.

Per il 2020, la misura del trattamento minimo è pari a 515,07 euro mensili.

Stante a queste informazioni e considerando che per il 2020 l'inflazione stimata dovrebbe essere intorno allo 0,4%, per le pensioni più basse fino a 3 volte il minimo (1.545,21 euro) la rivaltuazione sarà pari allo 0,4% (ossia il 100% dell'inflazione). Per scendere a 0,16% per le pensioni più alte 0ltre 4.635 euro al mese. Chi ha una pensione lorda fino a  21.000 euro annui, la vedrà crescere di circa 5 euro al mese. In sostanza, gli aumenti non supereranno la soglia di pochi euro su base mensile anche per le pensioni più ricche. Se il 2021 sarà in linea con il 2020, il 2022 dovrebbe portare buone nuove, soprattutto per chi ha una rendita cospicua. La rivalutazione minima, infatti, salirà dal 40% dell’inflazione di quest’anno al 75%.

Ma cosa sono 5 euro in più al mese, in un momento in cui in città come Roma il carrello della spesa cresce?

I pensionati italiani vivono male. Costretti a rinunciare all’irrinunciabile per una manciata di euro ogni mese. Inoltre chi è andato in pensione con il metodo contributivo (dopo il 1996), noterà molto lo stacco tra l'ultimo cedolino percepito ed il primo assegno della pensione. 

Pensioni: assegni più alti?

Più passa il tempo e meno pesanti saranno le pensioni degli italiani, scrive Investire Oggi.

Perchè? Ci sono due motivi. Le pensioni con il calcolo misto, ossia componente retributiva e contributiva (dopo il 1996), hanno una penalizzazione sul versante contributivo. Con il passare del tempo, per effetto del mercato del lavoro, e quindi con periodi di disoccupazione, sarà sempre più difficile fare valere periodi contributivi. E quindi la pensione sia mista, che soprattutto quella a sola componente contributiva, sarà molto bassa. L'altro motivo è collegato alla rivalutazione degli assegni della pensione. La rivalutazione di tutti i versamenti effettuati da un lavoratore durante la carriera lavorativa, come noto, è legata all’andamento del PILl (più questo sale, maggiore sarà l’assegno). Ma se l’economia va male anche il valore della pensione si adeguerà. Con tassi di rivalutazione negative. 

Si aggiunge che l'assegno è poi calcolato anche applicando il coefficiente di trasformazione. Cioè quel numero che trasforma il montate dei contributi versati durante gli anni di lavoro in pensione. Più si va in pensione con un età avanzata, più questo coefficiente sarà alto. Ma esso è collegato anche all'aspettativa di vita, che negli anni si è allungata. Dunque anche questo coefficiente si è ridotto. L'effetto conbinato di economia che va male e coefficiente di trasformazione in peggioramento rendono gli assegni delle pensioni più leggere. 

Pensioni d'oro: stessa sorte o no?

Brutte notizie anche per le pensioni d'oro, cioè quelle che vanno oltre un certo importo. Attualmente sono considerati pensionati d'oro coloro che percepiscono un assegno annuo superiore a 100.000 euro. Su questi si è abbattuta la sentenza della Corte Costituzionale che ha confermato la legittimità di intervenire con una bella sforbiciata su tali importi. Unica nota positiva è che mentre il contributo di solidarietà doveva essere versato per cinque anni, la Corte ha ritenuto accettabile un orizzonte triennale e non quinquennale. La Consulta ha esaminato le questioni di legittimità sollevate dal tribunale di Milano e dalle sezioni giurisdizionali della Corte dei conti per il Friuli-Venezia Giulia, il Lazio, la Sardegna e la Toscana, in relazione alle misure di contenimento della spesa previdenziale disposte dalla legge di Bilancio 2019 a carico delle pensioni "ricche".

I quesiti posti riguardavano la limitazione della rivalutazione automatica per il triennio 2019-2021 delle pensioni superiori a determinati importi ("raffreddamento della perequazione") e la decurtazione percentuale per cinque anni delle pensioni superiori a 100mila euro lordi annui ("contributo di solidarietà"). La decisione della Corte è andata nella direzione di ritenere legittimo sia il "raffreddamento della perequazione", quindi nessuna rivalutazione, sia in merito al "contributo di solidarietà", ma non per la durata quinquennale perché eccessiva rispetto all’orizzonte triennale del bilancio di previsione dello Stato. Quindi anche per le pensioni d'oro ci si aspetta una bella sforbiciata.

Pensioni d'oro: a quanto la sforbiciata?

Fermo restando che il raffreddamento della perequazione lascerà invariato l'importo nominale della pensione con evidente riduzione del suo valore reale, il contributo di solidarietà è una vera e propria tassa, proporzionale al crescere degli importi. 

La norma prevedeva aliquote di riduzione dei trattamenti pensionistici sopra 100mila euro lordi, con diverse aliquote: 15 per cento per la parte eccedente 100mila euro fino a 130mila euro. Venticinque per cento per la parte eccedente 130mila euro fino a 200mila euro. Trenta per cento per la parte eccedente i 200mila euro fino a 350mila. Trentacinque per cento per la parte eccedente i 350mila euro fino a 500mila euro. Quaranta per cento per la parte eccedente i 500mila euro.

Tutti i pensionati benestanti con assegni annui oltre 100.000 euro saranno chiamati ad un sacrificio, certamente impari rispetto alle decurtazioni degli assegni "normali" di pensione. Ma comunque uno scippo, se si pensa che, ad esempio, per chi percepisce un reddito da pensione di circa 110mila euro l’anno, il taglio ammonta a circa 1.500 euro nei dodici mesi (4.500 euro in tre anni). Per chi invece, ad esempio, percepisce un reddito previdenziale di 350mila euro lorde l’anno, la sforbiciata arriva a 122.500 euro in un solo anno (367.500 in tre anni).

L’avvocato Celeste Collovati dello studio Dirittissimo, in prima linea nei ricorsi contro lo scippo sugli assegni, dichiara:

La Corte - a quanto pare - così come aveva già fatto nel 2015, con la sentenza n. 70/2015, ha condiviso l’argomentazione dell’illegittimità della durata della misura del taglio, non più dunque occasionale, ma reiterata nel tempo (5 anni) che era uno dei nostri punti di forza del ricorso, decidendo così di limitare il taglio a soli 3 anni pertanto i pensionati subiranno ancora un anno di taglio. Possiamo dire che è un piccolo traguardo in una battaglia che ci vede impegnati da anni ormai e di questo ne siamo soddisfatti. Resta tuttavia la curiosità di comprendere, non appena potremo leggere la sentenza, come la Corte motiverà la legittimità di questo taglio che in sé per sé come misura rimane illegittima. E come motiverà la legittimità del blocco della rivalutazione che a nostro avviso rimarrà sempre una misura contraria per tanti aspetti ai dettami costituzionali.