Continua il dibattito sulla riforma delle pensioni ed i nuovi aggiornamenti si concentrano sul''introduzione di Quota 41. Un'ipotesi abbastanza amara perché sarebbe accompagnata da una forte penalizzazione: sarebbe, in altre parole, una forma di prepensionamento, che dia la possibilità di lasciare il posto di lavoro con 41 anni di contributi, ma con un assegno più basso.

Come molti ben sapranno Quota 100 è destinata a terminare alla fine del 2021. In quell'occasione terminerà la possibilità di andare in pensionamento anticipato con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi. Dal primo gennaio 2022 saranno applicate unicamente le regole previste dalla Riforma Fornero ed inevitabilmente si verrà a creare uno scalone tra gli aventi diritto alla pensione.

Pensioni: scalone post Quota 100

Molti lavoratori che dovranno andare in pensione il prossimo anno si troveranno davanti ad una vera e propria beffa. Dovranno rimanere attaccati al proprio lavoro fino a 67 anni per riuscire ad ottenere una pensione di vecchiaia o a maturare almeno 42 anni e 10 mesi di contribuzione - che scendono a 41 anni e 10 mesi per le donne - per poter andare in pensione. Uno dei dibattiti intorno alla riforma del nostro sistema previdenziale ha proprio come punto cruciale la possibilità di permettere ai lavoratori di andare in pensione prima: con 41 anni di contributi. Questa opzione, per il momento, è prevista unicamente per i lavoratori precoci. Questo tipo di riforma delle pensioni, però, benché troverebbe un sicuro accoglimento sia da parte del Governo che dei sindacati, costerebbe alle casse dello Stato qualcosa come 12 miliardi di euro. Un spesa improponibile, dato il periodo storico che stiamo attraversando.

Rispetto a quanto era trapelato nei giorni scorsi (ne avevamo parlato in questo articolo) inzia a farsi strada l'ipotesi di Quota 41, ossia di consentire il prepensionamento a tutti i lavoratori con 41 anni di contribuzione, purché siano disposti ad accettare un patto. Ossia che la liquidazione della pensione avvenga interamente con il metodo contributivo. Che cosa comporterebbe questo per i lavoratori che andranno in pensione? In pratica comporterà che per tutti i periodi di lavoro effettuati fino al 31 dicembre 1995, che rientravano nel sistema retributivo, dovranno essere calcolati con il sistema contributivo. Una decisione che sarà penalizzante sotto il profilo economico. Una scelta che porterebbe ad un taglio dell'assegno mensile difficilmente quantificabile a priori, ma che sarà molto più pesante quanti più saranno i contributi versati prima del 1996. Ovviamente il rovesco della medaglia (in senso positivo, questa volta) è che quanti avranno meno contributi versati prima del 1996 avranno una penalizzazione minore.

In questo modo lo Stato avrebbe la possibilità di ridurre al minimo la spesa e potrebbe destinare maggiori risorse alle pensioni per i giovani lavoratori. Ovviamente queste penalizzazioni non sono viste di buon occhio dai sindacati, che hanno già comunicato di non voler appoggiare una eventuale misura correttiva.

Riforma delle pensioni: parola d'ordine, flessiiblità

Quota 41 potrebbe essere uno dei pilastri sui quali potrebbe reggersi la riforma delle pensioni. Ma sicuramente non deve essere l'unica scelta che potranno avere i dipendenti per lasciare il posto di lavoro. Sicuramente sarà necessario introdurre un sistema di flessibillità che deve tenere conto di quanti stiano svolgendo dei lavori gravosi ed usuranti. Deve essere tutelato il lavoro femminile e devono essere istituiti dei fondi integrativi pubblici gestiti dall'Inps. Possono essere sintetizate in questo modo le proposte che ha avanzato Pasquale Tridico, presidente dell'Inps.

Tridico ritiene che le discussioni che si stanno svolgendo in queste ore siano importanti, ma è necessario dare delle risposte strutturali. E' necessario pensare ad una riforma delle pensioni definitiva, che non costringa a tornare sull'argomento di nuovo tra qualche anno.

Noi abbiamo avuto due grandi riforme delle pensioni (Dini 95 e Fornero 2011) che orientano il sistema verso il modello contributivo. Tuttavia fino al 2036 c’è un periodo di transizione per i cosiddetti misti. Il problema principale si pone per coloro che fanno dei lavori faticosi e soprattutto per le donne che, a causa di carriere più instabili e periodi fuori dal lavoro più lunghi, hanno spesso una impossibilità a raggiungere i 41 anni e 10 mesi di contribuzione per la pensione anticipata, oppure 67 anni per la vecchiaia.

Pensioni all'estero: ripartono in controlli

Ad ottobre dovrebbero riprendere i controlli di esistenza in vita per le persone che percepiscono una pensione e sono residenti all'estero. Queste procedure erano state interrotte a causa dell'emergenza coronavirus. L'Inps provvederà ad effettuare le verifiche attraverso Citibank e la rete consolare.

La verifica dell’esistenza in vita sarà avviata con la spedizione della lettera esplicativa e del modulo standard di attestazione ai pensionati residenti all'etero. La modulistica è stata redatta sia in lingua italiana sia, a seconda del Paese di destinazione, in inglese, francese, tedesco, spagnolo o portoghese. Con riferimento ai pensionati residenti in Svizzera e Canada, Citibank invierà la lettera e il modulo in tre lingue, italiano, francese e tedesco per la Svizzera, italiano, francese e inglese per il Canada.

Nelle suddette lettere esplicative sarà indicata anche la data di restituzione del modulo di attestazione dell’esistenza in vita.

La lettera riporterà le seguenti informazioni:

  • le istruzioni per la compilazione del modulo di esistenza in vita;
  • la richiesta di documentazione di supporto (fotocopia di un valido documento d’identità del pensionato con foto);
  • le indicazioni per contattare il Servizio Citibank di assistenza ai pensionati.