Michel Salden, Portfolio Manager Commodities di Vontobel Asset Management, spiega che l'8 gennaio la situazione si è chiaramente attenuata. Il governo iraniano ha reagito all'uccisione di Soleimani prendendo di mira una base statunitense in Iraq, ma ha anche dato un avvertimento preventivo per evitare vittime statunitensi. Trump in risposta ha indicato che avrebbe aumentato le sanzioni economiche per colpire il governo iraniano, piuttosto che ricorrere all'azione militare diretta. Pertanto, i due governi sono inclini a guadagnare tempo per le trattative e a prevenire una guerra. Ciò che rimane incerto è come risponderanno le diverse milizie proxy nella regione mediorientale.

Cosa comporterebbe una simile escalation

La probabilità di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran si è ridotta nel breve periodo e questo spiega perché il petrolio è tornato ai livelli di fine anno. Ma le diverse milizie in Yemen, Iraq, Libano, Siria possono ancora rispondere attaccando le infrastrutture energetiche globali e le spedizioni, ecc. Israele e gli Stati Uniti li hanno attaccati direttamente all’inizio del nuovo anno e la questione è se l'Iran (senza Soleimani) può tenerli sotto controllo. Se un importante impianto di produzione venisse colpito da droni o da attacchi diretti, ciò porterebbe a un ulteriore aumento del prezzo del petrolio di 5-15 dollari.  Senza queste escalation, quest'anno il prezzo del petrolio si aggira intorno ai 65-75 dollari.

Quanto potrebbero salire i prezzi se si dovesse verificare un’escalation

A lungo termine i rischi geopolitici non sono scomparsi - spiega Michel Salden -. Se l'Iran accelerasse davvero il suo programma sull'uranio, questo indurrebbe Israele a colpire. Inoltre, gli Stati Uniti si stanno ritirando passo dopo passo dal Medio Oriente, e poiché la NATO non è in grado di farsi coinvolgere, o si creerà un nuovo vuoto o la Russia (e la Cina) otterrà un maggiore controllo della regione. In questo periodo di transizione, gli attriti sunniti e sciiti potrebbero riapparire e l'ISIS potrebbe facilmente riattivare e attaccare direttamente le strutture in paesi chiave per la produzione come l'Iraq e la Libia. Quindi, il rischio di un'ulteriore escalation nel lungo periodo è sostanzialmente aumentato rispetto a 3 mesi fa.