Il petrolio: qualcosa che all’apparenza tutti noi conosciamo, ma il cui prezzo è regolato da equilibri molto delicati. Come era prevedibile il coronavirus e il conseguente lockdown lo hanno influenzato in negativo, ma anche altro ha contribuito alla sua fluttuazione verso il basso. Vi hanno contribuito per esempio le tensioni non risolte all’interno dell’OPEC e in maggiore o minore modo vi contribuiscono anche le politiche internazionali di USA e dell’Unione Europea. Nel 2020 con buona parte del globo convinta della necessità di abbandonare i combustibili fossili, i giacimenti se non quasi esauriti quantomeno molto sfruttati e equilibri mondiali piuttosto instabili, è ancora saggio puntare sull’oro nero?

Brent e WTI: tutto petrolio ma che differenza c’è

Per fissare sui mercati finanziari il prezzo del petrolio vengono presi dei prodotti di riferimento. Per l’Europa e per L’OPEC: l’organizzazione dei paesi arabi produttori di petrolio, l’indice è dato dal valore del Brent. Il Brent corrisponde al petrolio estratto nei paesi del Nord. A livello globale copre grosso modo il 60% di quello in circolazione. Si tratta di un greggio con un prezzo di produzione mediamente inferiore rispetto al diretto concorrente. La ragione principale è che viene stratto vicino al mare e di conseguenza i costi di estrazione e di trasporto sono inferiori rispetto a quello dell’altro. Dal punto di vista qualitativo si tratta di un petrolio meno raffinato, ma ugualmente molto apprezzato sul mercato. Vedremo in seguito che la resa e la qualità di questa materia prima influenza solo in minima parte il costo.

IL WTI acronimo per West Texas Intermediate è invece il petrolio usato come riferimento per il prezzo del petrolio negli Stati Uniti e nei paesi del Nord America. Si tratta di un petrolio più leggero e per certi versi qualitativamente migliore rispetto al Brent. Fino a qualche anno fa in virtù di queste caratteristiche veniva convenzionalmente quotato un dollaro in più rispetto al concorrente del Nord. Adesso, in considerazione dei diversi fronti caldi aperti in tutto il mondo, il suo valore viene determinato così come per tutte le altre materie prime da numerosi fattori primo fra tutti il rapporto tra domanda e offerta, ma non solo.

Il prezzo del petrolio nel 2020

Il petrolio viene quotato a livello globale in dollari e ha come unità di misura il barile. Un barile corrisponde a 159 litri. Si tratta di una convenzione che nessuna influenza ha sulle contrattazioni. Usare una valuta unica, invece pur essendo una scelta pratica ha come effetto di introdurre un altro elemento di incertezza. Anche le fluttuazioni d questa moneta infatti hanno i loro effetti a volte consistenti sul prezzo dei prodotti finiti che arrivano ai consumatori.

Guardando il grafico con l’andamento dei prezzi si può dire che quest’anno il petrolio sia andato in altalena. Gli sbalzi sono stati parecchi e il 20 aprile di quest’anno in pieno blocco di produzione e mobilità lo abbiamo visto addirittura andare sotto zero. In pratica i produttori si sono trovati con una tale disponibilità di greggio da dover pagare qualcuno per farlo portare via. Il tonfo storico è durato poco e i prezzi hanno ricominciato a salire, come era inevitabile, anche se i livelli sono lontani da quelli precrisi. 

Quest’anno il Brent con diverse salite e discese si è attestato tra un massimo di 71 e un minimo di 15 dollari al barile. Al momento è fermo a metà strada a circa 44 dollari. Il WTI al momento si aggira attorno a 41 dollari, ma nel corso dell’anno ha toccato un picco di oltre 65 dollari e un minimo ad aprile in negativo.

Che cosa influenza il prezzo del petrolio

Per il petrolio le stime su quello che succederà in futuro non sono mai semplici. L’unica certezza è l’influenza data dall’andamento di domanda è offerta. Tutto il resto è fatto da ipotesi. È evidente che il calo della richiesta di greggio ne fa cadere il prezzo. Lo abbiamo visto con il lockdown quando il quasi fermo di auto e industrie ha determinato una riduzione drastica dei prezzi. Il contrario, quindi un aumento di rilievo dei prezzi si è verificato, invece negli anni scorsi. e lo abbiamo visto tutti quando ci siamo recati a fare il pieno. Una delle ragioni principali è stata la costante richiesta di petrolio da parte delle nazioni come India e Cina: in forte espansione economica e quasi del tutto dipendenti da questo tipo di carburanti. L’impossibilità, o la scelta di non aumentare la quantità di greggio estratto ha portato a un’impennata dei prezzi.

Meno facili da valutare nei loro effetti sono invece le questioni di politica internazionale. Tensioni tra paesi vicini con la possibilità che scoppi una guerra possono influire sul prezzo del petrolio nel caso uno o entrambi questi paesi siano importanti produttori. La decisione a livello internazionale di metter l’embargo su un paese produttore ha di solito come conseguenza l’aumento dei prezzi di quello prodotto in altre nazioni. Non possono essere in alcun modo previsti eventi naturali quali terremoti, uragani e altri eventi atmosferici avversi che fermano del tutto l’estrazione o quantomeno ne ritoccano verso l’alto i costi.

Come investire in petrolio

Naturalmente escludiamo la possibilità di investire in petrolio fisico che sarebbe piuttosto complicato da stoccare e probabilmente più costoso che remunerativo per chi non lo faccia livello industriale.

Ci concentriamo quindi sugli investimenti indiretti: quelli che a vario titolo sono influenzati dalle fluttuazioni di prezzo di questa materia prima. I CFD: contratti per differenza sono dei titoli il cui valore varia verso l’alto o verso il basso a seconda di quello che fa il petrolio. Gli ETF: Exchange Trade Funds sono dei fondi all’interno dei quali si trovano titoli di natura diversa tra loro legati al petrolio, ma non solo. Questo significa che sono influenzati da molti più fattori. Ci sono minori possibilità di fare guadagni eccezionali, ma anche i rischi sono più contenuti. Investire in titoli azionari è la scelta di chi invece vuole puntare non solo sul petrolio, ma sulle aziende che lo estraggono, lo trasformano in prodotti lavorati, o comunque basano il loro profitto sull’oro nero. In questo caso i rischi sono legati oltre che alle fluttuazioni del petrolio anche ai normali rischi d’impresa. Quindi si punta anche sulle capacità gestionali dei manager e sul mercato dei prodotti lavorati, oltre che sull’andamento dei cambi se si tratta di società estere. I future, infine costituiscono una sorta di scommessa o di previsione sull’andamento del prezzo del petrolio. Si tratta di qualcosa di piuttosto rischioso, da lasciare agli esperti o gestire con cautela. 

I canali per investire in petrolio sono gli stessi degli altri investimenti in materie prime. Per chi si sa destreggiare nel settore esistono piattaforme online, che dopo la cautela iniziale nello scegliere quelle più serie, possono portare ottimi profitti. Per chi sia meno addentro con il campo della finanza esiste sempre il classico ricorso alla propria banca o a un consulente finanziario di fiducia.

Ma allora conviene investire in petrolio?

In questo momento la risposta è ambivalente. La questione coronavirus ancora non è risolta e anche se remota la possibilità che entro la fine dell’anno ci sa un nuovo lockdown va tenuta presente. Uno scenario del genere farebbe pesare l bilancia verso un nuovo consistente ribasso, o quantomeno uno stop al rialzo. Dall’altro lato le tensioni internazionali tra USA e buona parte del mondo e i recenti fatti di cronaca che riguardano il Medio Oriente ancora persistono e potrebbero potrebbe portare a riduzioni di produzione con un conseguente rialzo del prezzo. 

Per il momento, invece non dovrebbe preoccupare il calo della domanda di petrolio per ragioni di tipo fisiologico. Nonostante da anni alcune nazioni si battono per la sostituzione del petrolio con prodotti meno inquinanti, siamo ancora lontani dall’obiettivo. Anzi sono soprattutto le nazioni che hanno maggiormente bisogno di combustibili che sono restie ad investire in altre fonti energetiche.

In definitiva probabilmente al momento è poco saggio fare un investimento a breve periodo e legato esclusivamente alla fluttuazione del prezzo del petrolio, a meno che si ami il rischio. A lungo periodo invece questo continua a rimanere un buon prodotto finanziario su cui puntare. Magari non tutto il proprio patrimonio, ma solo una quota sì.