La settimana scorsa il greggio ha messo a segno una serie di ribassi causati dallo scetticismo dettato dalla mancanza di tagli in sede OPEC. Attualmente il future sul Brent registra un + 0,12% a 49,54 dollari al barile mentre il WTI arriva a 46,2 dollari.

Le parole che arrivano dall'Iran

La paura in queste ore è stata minimizzata da una rassicurazione da parte del ministro del Petrolio dell’Iran, Bijan Zanganeh, secondo cui i membri del gruppo sarebbero orientati a confermare quanto stabilito nell'accordo di fine 2016 nel quale si procedeva a un taglio di 1,2 milioni di barili a carico delle nazioni Opec e di 600mila a carico di quelle esterne, gran parte delle quali sulle spalle della Russia. Alla base della strategia che, come detto, potrebbe essere confermata già nel meeting del 25 maggio con possibilità anche di un'implementazione delle quote di tagli, la volontà di cercare di ridurre le scorte mondiali ancora sopra quel livello che la domanda globale, per quanto in aumento, non è in grado di riassorbire. Ovviamente il condizionale è d'obbligo se si pensa che mai come con il petrolio, il peso delle dichiarazioni e delle aspettative è di primaria importanza. A dimostrarlo sono sempre le parole del ministro del Petrolio iraniano secondo cui ci sarebbe l'intenzione di portare a 55 dollari al barile il prezzo della materia prima attraverso una serie di tagli concordati. Un consenso che sarebbe sta presente tra i produttori, a loro volta convinti che la soglia dei 55 dollari rappresenti l'equilibrio perfetto tra le pretese di guadagno della maggior parte dei rappresentanti Opec e le necessità di bloccare quelle statunitensi. Infatti il livello di breakeven delle società petrolifere e a stelle e strisce, soprattutto di quelle di piccole e media dimensioni, sarebbe troppo alto per riuscire a renderle competitive, il che permetterebbe perciò alle nazioni Opec di riuscire a difendere i propri margini di guadagno oltre che le proprie nicchie di mercato.