Era il novembre del 2016 e la notizia dell'accordo Opec travolse gli operatori del settore perché inattesa. O per meglio dire, talmente tanto attesa da risultare una chimera nel momento in cui è stata confermata.

L'ottimismo spesso immotivato

Da allora l'andamento del petrolio è stato contrassegnato da un trend di potenziale ottimismo che si nutriva delle aspettative circa i progressivi tagli che l'accordo avrebbe portato con sé, tagli che, però, di fronte alla realtà di un'iperproduzione dello shale oil statunitense, sono risultati assolutamente inutili, almeno sul lungo periodo. I 100 dollari del passato, ormai, sono un ricordo di un passato che non torna e per tutti è ormai chiaro che il settore dovrà navigare a vista per diverso tempo, per lo meno fino a quando non si sarà definitivamente stabilizzata la situazione. Tanti (troppi?) i fattori che inevitabilmente tendono ad influire sulle quotazioni, tanto da spingerle in queste ore al di sotto dei 50 dollari al barile per il Brent (49,77) e dei 47 per il Wti (46,56). Un trend che potrebbe trovare un sollievo limitato nel tempo e nella forza, dalla conferma, da parte della Russia, dei tagli promessi. Come detto, però, sarà un sollievo di minimo impatto sulle quotazioni, soprattutto in considerazione del fatto che la produzione di greggio Usa della settimana scorsa ha registrato risultati in crescita per l'11esima volta consecutiva, arrivando a toccare i massimi dall'estate del 2015. Numeri alla mano si parla di +6% da inizio anno e di un aumento anche dei siti estrattivi, tornati anch'essi a crescere ed arrivati alla soglia dei 700, per la precisione 697.