Il petrolio risale o, se si preferisce, scatta in avanti oltre i 49 dollari al barile. Per la precisione il Brent arriva a 49,05 e il WTI a 46,80.

I timori (in)giustificati

Parlare di un vero e proprio rally, però, è difficile dal momento che la storia recente del greggio insegna che è bene non gridare al miracolo e soprattutto non entusiasmarsi troppo. La spada di Damocle, da tempo, è rappresentata dagli Usa e dai suoi produttori shale i quali, grazie alle ultime innovazioni tecnologiche, possono sfruttare un flessibilità produttiva che gli permette di entrare ed uscire dal mercato nel momento in cui il valore del greggio supera la soglia dei 50 dollari, minimo indispensabile per cui l'estrazione e la raffinazione possono essere economicamente convenienti. I motivi, attualmente, che spingono le quotazioni del greggio, si riferiscono alle ultime decisioni di Ryad circa la decisione dell’Arabia Saudita, il primo esportatore mondiale, di ridurre i barili esportati a 6,6 milioni al giorno. A confermarlo è stato direttamente il Ministro dell’Energia saudita, Khalid Falih in occasione della riunione della Commissione di monitoraggio OPEC/non-OPEC tenutasi a San Pietroburgo. La decisione riguarda, per il momento, solo le esportazioni ma si tratta comunque di un segnale che, almeno apparentemente, viene giudicato come particolarmente incisivo. Una decisione che, guardando l'altro lato della medaglia, arriva anche come presa di posizione per recuperare un'immagine ormai offuscata e caratterizzata da una grave conflittualità interna all'Opec stessa.