Anche il mercato del petrolio fatica a digerire stamattina la tegola dell'abbandono degli accordi climatici di Parigi da parte di Trump, che rischia di dare un'altra spinta alle trivellazioni americane e rendere così vani gli sforzi dell'Opec per eliminare la produzione in eccesso e sostenere i prezzi.

Il greggio americano WTI è crollato nuovamente sotto i 47 dollari e registra ora un ripiegamento di oltre l'8% dal 25 maggio, data del rinnovo del piano di tagli produttivi messo in piedi dal cartello petrolifero col sostegno della Russia.

Stessa dinamica coinvolge il benchmark europeo Brent, che sull'ICE di Londra scambia oggi in calo di oltre il 3%, scende sotto la soglia psicologica dei 50 dollari (49,07 alle 11:30) e si prepara a chiudere la peggiore ottava da un mese.

Ancora più shale oil

Come hanno da subito indicato molti analisti, a generare tensione nel mercato è il timore che la decisione della Casa Bianca possa ulteriormente favorire la ripresa delle estrazioni oltreoceano, complicando stime e proiezioni dell'Opec sul percorso di riequilibrio delle scorte globali.  

I Paesi esportatori sono da gennaio alle prese con il tentativo di riportare nella media degli ultimi cinque anni gli stock, ma ogni sforzo rischia di essere reso inutile dalla rifioritura dell'industria dello shale oil americano, rivitalizzato ultimamente dopo anni di crisi proprio dalla risalita dei prezzi innescata dalle limitazioni produttive concordate in sede Opec.

Scorte USA giù, ma produzione in crescita

Non bastano in questo senso neanche i primi timidi segnali di incoraggiamento forniti dai dati sulle riserve USA, scese con una certa continuità dopo aver toccato un record di 535,5 milioni di barili alla fine di marzo: su questo fronte, qualche sostegno è arrivato anche ieri dai nuovi dati dell'Energy Information Administration, che ha segnalato per la settimana terminata il 26 maggio un calo degli stock americani di 6,4 milioni di barili, superiore alla stima di 2,5 milioni anticipata dal consenso.