Tempo scaduto. La guerra dei prezzi del petrolio prende ufficialmente il via e i mercati, già fortemente negativi dopo le dichiarazioni di Donald Trump: “Attraverseremo due settimane molto, molto dolorose" rischiano di doversi preparare nuovamente al peggio. Il 31 marzo sono scaduti gli accordi presi a dicembre tra Opec e i suoi alleati sul taglio della produzione da 1,7 milioni di barili al giorno. Accordi che avrebbero dovuto rinnovarsi all’ultimo vertice di Vienna del 7 marzo scorso, quando l’Arabia Saudita ha messo sul tavolo la proposta di un’ulteriore riduzione da 1,5 milioni di barili, con l'obiettivo di far fronte alla domanda sempre più debole di greggio a causa dell’emergenza del coronavirus. Una proposta però che la Russia ha respinto al mittente, decretando, di fatto, la spaccatura dell’Opec Plus e l’apertura delle ostilità con Ryad che, come contromossa, ha minacciato un incremento massiccio della produzione del petrolio da 9 a oltre 12 milioni di barili al giorno (circa il 26%) proprio a partire dal 1° aprile attraverso la compagnia petrolifera nazionale, la Saudi Aramco, a fronte di una domanda ancora più debole della crisi del 1929 e ben lontana dai 100 milioni di barili al giorno di qualche tempo fa. In buona sostanza, i paesi esportatori e gli alleati non hanno più obblighi reciprochi, e sono liberi di aumentare o ridurre la produzone a loro piacimento. Ecco spiegata la scelta di Ryad, ma anche della Norvegia, anch'essa pronta ad aumentare la produzione, mossa che potrebbe adottare anche la Russia stessa, e dell'Iraq, che ha già tagliato i prezzi di listino.

La guerra dei prezzi, da 40 a 20 $ in tre settimane

Un braccio di ferro, quello sul petrolio, che avviene all'interno di una congiuntura internazionale influenzata negativamente dal coronavirus, che ha ridotto drasticamente la domanda di greggio, mettendo in ginocchio l'economia mondiale. Un mix che rischia di rivelarsi letale, e che ha già portato al crollo del Wti al di sotto dei 20 dollari al barile, il livello più basso mai raggiunto negli ultimi 18 anni e area in cui si trova da ormai due settimanecostringendo diverse raffinerie a interrompere le attività. Rispetto al vertice di Vienna di tre settimane fa il valore del petrolio, allora attorno ai 40 dollari al barile, si è sostanzialmente dimezzato, con un crollo di dieci punti solo nella seduta del 9 marzo, il lunedì successivo alla rottura dell’Opec Plus, il peggior calo dai tempi del 1991, l’anno della Guerra del Golfo.

Petrolio, sarà Trump a fermare la guerra tra Arabia e Russia?

Da una parte dunque, c’è la Russia, che non ha voluto ridurre la produzione di petrolio in quanto vanta un’economia diversificata, capace di sostenere prezzi anche molto bassi, questa almeno è la posizione ufficiale di Mosca, con il portavoce del Cremlino che recentemente ha smentito ogni contrasto con l'Arabia Saudita, dichiarando che i rapporti rimangono "ottimi".  Dall’altra, l’Arabia Saudita e gli altri tredici paesi dell’Opec, per i quali l'esportazione del greggio rappresenta la principale fonte di guadagno: dunque, nel lungo termine e al contrario della Russia, non possono permettersi prezzi così bassi (il Venezuela ad esempio ha già chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale, chiedendo invano un prestito di 5 miliardi di dollari). Infine, ecco gli Stati Uniti. Molte compagnie petrolifere Usa rischiano di fallire, le società quotate attraversano la crisi più profonda degli ultimi vent’anni, complice la propensione degli investitori a indirizzare il proprio capitale sempre di più verso il settore delle rinnovabili. Anche per questo Donald Trump ha dichiarato di essere pronto a intervenire come “mediatore” tra Mosca e Ryad, e di aver già avviato colloqui privati sia con il leader del Cremlino Vladimir Putin, sia con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. A novembre negli Stati Uniti ci saranno le elezioni presidenziali, e Donald Trump non può permettersi il fallimento delle trivellatrici americane se vuole restare alla Casa Bianca, senza dimenticare che la gestione dell’emergenza coronavirus potrebbe già averlo penalizzato.

Petrolio, analisi tecnica

Nella seduta odierna, il prezzo del petrolio viaggia a 20,18 dollari al barile, in lieve rialzo dello 0,6% in linea con i valori della vigilia, aspettando i nuovi dati delle scorte settimanali di petrolio dall’Eia (gli analisti prevedono un aumento di poco meno di 4 milioni di barili). I 20 $ rimangono un supporto solido, nonostante siano stati infranti nella seduta del 30 marzo scorso. Primo target di resistenza da infrangere a 25,2 $.