A mettere di cattivo umore l’azionario europeo è stata la lettura delle minute della riunione di dicembre della BCE e la scoperta che nel direttorio si sta già discutendo di modificare fin da inizio anno i tratti della politica monetaria, ora ultra - accomodante. Non si arriva ancora ad annunciare la fine dei due capisaldi politici della BCE (tassi a zero e Quantitative Easing, ora già ridotto a 30 miliardi fino a settembre) ma ad ipotizzare una revisione della batteria di strumenti che servono a comunicare ai mercati le intenzioni future, che in gergo tecnico chiamano “forward guidance”. E’ bastato questo per suscitare timori di inasprimenti nella politica monetaria e provocare un rimbalzo del rendimento del Bund decennale tedesco di 6 punti base, fino a superare lo 0,50%, soglia che non si vedeva dallo scorso mese di luglio.

Anche l’euro ha immediatamente ripreso forza e si è riportato nuovamente sopra 1,20 contro il dollaro ed oggi potrebbe tentare il terzo attacco alla forte resistenza di 1,209, oltre cui si aprirebbe una prateria rialzista per la moneta unica.

L’accoppiata rialzo dei rendimenti e forza del dollaro hanno fiaccato le velleità dei compratori, eccetto che per quelli che scommettono sulle banche, che invece dalla possibile rimozione futura dei tassi negativi sui depositi presso la BCE avrebbero solo da guadagnarci.

Perciò sono scesi gli indici europei pieni di società industriali e di utility, come ad esempio il Dax, mentre si sono ben comportati quelli pieni di banche, come il nostro Ftse-Mib, che nel 2018 ha solo registrato sedute positive ed anche ieri, con +0,64%,  è stato il miglior indice europeo di giornata. Sul listino milanese hanno brillato anche gli energetici, grazie al rally in corso del prezzo del petrolio, che ieri ha sfondato anche i 64 dollari al barile.