L'Europa non crede nel rally di Santo Stefano visto a Wall Street, rally che, tra l'altro, non regge nememno sul fronte Usa. Anche lì, infatti, crescono i timori di un possibile rallentamento e gli indici, che avevano aperto in rosso hanno continuato a cedere.

La panoramica sui mercati

Alle 16.45 infatti l'S&P500 scende dell'1,44% così come anche il Dow Jones. Peggio va il Nasdaq a -1,8% e il Russel 200 a -1,6%. L'Europa non è da meno e a 10 minuti dalle 17 il Ftse Mib crolla di oltre il 2% arrivando a 18.014 punti. Non vanno meglio le cose per il Ftse 100 a -1,7%, per il Cac40 a -1,1% mentre il Dax è in piena ecatombe a -2,9%. Per quanto riguarda Piazza Affari, utility, banche e auto rappresentano i settori maggiormente penalizzati in questa seduta. La conferma arriva anche dal fatto che le prime tre sul podio ben poco invidiabile dei peggiori sono FCA (-4,75%), Telecom Italia (-4,2%) e Ferrari (-4,1). 

Il costante calo del petrolio si abbatte su Saipem che poco dopo le 16.30 arriva a perdere il 3,75%. Un crollo che a sua volta nasconde diversi significati e più di un'insidia. Stando a quanto affermato dagli esperti, il trend ribassista mostra come il mercato sia preoccupato per l'arrivo di una possibile recessione già dal 2019.

Il quadro

In altre parole, i timori di una diminuzione della crescita mondiale spinge alla vendita dei titoli petroliferi. Lo afferma Helima Croft, responsabile della strategia globale sulle materie prime per RBC Capital Markets. Le quotazioni del greggio hanno perso il 40% dai massimi registrati sul trading range delle 52 settimane, tutto questo nonostante l'Opec abbia chiesto, e ottenuto, l'alleanza di altre 10 nazioni produttrici di greggio (tra queste la Russia) nella strategia di tagli sull'output. Le decisioni recentemente prese si sono orientate verso uno stop di 1,2 milioni di barili che saranno cancellati dal mercato per i prossimi 6 mesi. Paradossalmente proprio il fatto che le azioni Opec si limitino a soli 6 mesi è stato un elemento di incertezza. E ancora. A peggiorare la situazione anche la produzione in costante aumento dello shale oil Usa e il calo dell'economia cinese. Tutto questo pur non essendo un segnale di matematica certezza dell'arrivo di una recessione, resta comunque un'ombra condizionante riguardo le prospettive future.