Il 2019 è stato un anno difficile per l’Iran. Le sanzioni sono state inasprite. Il prezzo del petrolio è rimasto depresso. La produzione nazionale di greggio è scesa da 3.8 a 2.4 milioni di barili. Il Pil, sceso nel 2018 del 3 per cento, ha accelerato la sua caduta e ha perso altri 9.5 punti percentuali. Il rial, sul mercato libero, ha continuato a indebolirsi. Bastavano 40mila rial per comprare un dollaro all’inizio dell’anno, ne occorrevano 120mila alla fine.

Provate ora a pensare, in questo contesto, come può essersi comportata la borsa di Teheran. Bene, secondo il New York Times (Iran’s Economy Is Bleak. Its Stock Market Is Soaring, 13 febbraio), è stata nel 2019 la migliore del mondo ed è raddoppiata in dollari. Certo, partiva da valutazioni molto basse e d’altra parte le imprese iraniane sono state abili nell’adattarsi alla nuova realtà, ma una parte importante del rialzo è stata dovuta alla mancanza di alternative d’investimento in un mercato dei capitali sigillato verso l’estero e con un’inflazione rampante.

Prendiamo adesso il Giappone, che nei mesi scorsi ha nuovamente alzato la sales tax sui consumi. Il Pil giapponese, nel quarto trimestre, è crollato a una velocità annualizzata del 6.1 per cento (molto peggio di quanto fece durante la Grande Recessione del 2008-2009). Pensate forse che la borsa di Tokyo nel frattempo sia scesa? Assolutamente no, è anzi salita, nello stesso quarto trimestre, dell’8.7 per cento ed è rimasta stabile in questo inizio d’anno.

Chiudiamo con la Germania, un paese con la produzione industriale in caduta continua, mese dopo mese, da un anno e mezzo e in questo momento, molto probabilmente, in recessione complessiva. E parliamo di un paese che storicamente ha puntato tutto su auto ed export, due temi su cui nessuno vorrebbe oggi scommettere. Bene, dove si trova il Dax? Al massimo di tutti i tempi.