Diventa sempre più probabile una stretta sul reddito di cittadinanza da parte del governo. Come riportato dal Messaggero, addirittura 400.000 percettori del reddito potrebbero essere presto esclusi dal sussidio. Per continuare ad usufruire del reddito di cittadinanza sarà necessario mettersi in regola il prima possibile. Ecco cosa fare per non essere coinvolti nella stretta.

Chi rischia l’esclusione dal reddito di cittadinanza

Circa 400.000 mila percettori del reddito dovranno mettersi in regola nelle prossime settimane per evitare di subire una sospensione del sussidio. A causa dell’emergenza Covid era stato allentato l’obbligo di recarsi presso i Centri per l’Impiego, ora reintrodotto dal governo a partire da metà luglio. 

Prima della pandemia, si contavano 530 mila fruitori del reddito di cittadinanza. Solo 396.297, tuttavia, sono stati i beneficiari che si sono presentati alla prima convocazione presso il Centro dell’Impiego. Di questi percettori, 260 mila hanno sottoscritto un patto del lavoro. 

La normativa attualmente vigente prevede la perdita del sussidio nel caso in cui non ci si presenti tre volte all’appuntamento col Centro per l’Impiego. Ora il governo ha intenzione di accelerare le pratiche di convocazione. L’obiettivo è sbloccare un sistema che ancora non ha dato i frutti sperati, soprattutto da un punto di vista di posti di lavoro creati. Per questo una delle ipotesi in campo è quella di escludere dal reddito di cittadinanza in caso di assenza al secondo appuntamento.

Ora i dati parlano di circa 820 mila fruitori, di cui ancora 400 mila devono ancora presentarsi presso i Centri per l’Impiego. Sono proprio questi ultimi a dover stare attenti alle future strette del governo: mettersi in regola con gli obblighi di presentazione è il primo passo per evitare di essere esclusi dal beneficio.

I numeri fallimentari del reddito di cittadinanza

Il governo pensa ad una stretta negli obblighi derivanti dalla percezione del reddito di cittadinanza proprio per migliorare un sistema di politica attiva del lavoro che ha portato solo risultanti deludenti. Il problema del reddito di cittadinanza può essere individuato nel fatto che il governo giallo-verde ha cercato di perseguire due finalità differenti con un'unica misura: il reddito di cittadinanza è stato pensato come uno strumento di contrasto alla povertà che potesse svolgere anche la funzione di politica attiva del lavoro.

Tuttavia, la stessa Corte dei Conti ha rilevato che, al fronte dei quasi 4 miliardi erogati a favore di poco più di 1 milione di beneficiari, solo 20 mila persone (cioè il 2% dei fruitori del sussidio) hanno trovato un’occupazione tramite gli strumenti messi a disposizione dal reddito di cittadinanza.

Secondo i dati pubblicati dall’Anpal, l’Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro, al 31 gennaio 2020 i beneficiari del reddito di cittadinanza pronti a trovare lavoro erano 908.198. Di questi, 39.760 hanno ottenuto un contratto: il 4,4 per cento del totale. Tuttavia, l’Anpal si limita a riportare la percentuale dei percettori che hanno trovato un lavoro senza occuparsi di specificare chi tra questi 40.000 abbia trovato lavoro tramite i Centri per l’impiego e chi invece ha ottenuto un’occupazione con altre modalità.

I risultati ottenuti restano comunque deludenti per quella che dovrebbe essere la politica attiva di punta del governo. Sempre secondo l’Anpal, solamente il 44,7% dei percettori del reddito di cittadinanza ha attivato i patti per il lavoro. Questo è un dato emblematico di come la misura risulti ancora inefficace nel favorire l’incontro di domanda e offerta all’interno del mercato del lavoro.

Perché il reddito di cittadinanza è ancora un flop

Il fallimento del reddito di cittadinanza non sorprende se si pensa alle modalità con cui la misura è stata introdotta. Lo strumento ha iniziato a funzionare a marzo 2019, un momento in cui il MoVimento 5 Stelle, che vedeva nel reddito di cittadinanza il suo cavallo di battaglia, stava calando a picco nei sondaggi a favore dell’alleato di governo (allora la Lega). 

Per cui, a pochi mesi dalle elezioni europee del 2019, si è deciso di forzare la partenza del reddito di cittadinanza senza che si fosse operata la necessaria riforma dei Centri dell’Impiego, i quali dovrebbero essere le strutture operative che permettono al reddito di cittadinanza di svolgere il ruolo di politica attiva del lavoro. Basti pensare che i navigator, i funzionari addetti a ricercare le opportunità di lavoro per i beneficiari del reddito di cittadinanza, sono stati assunti e hanno iniziato ad essere operativi solo mesi dopo l’inizio dell’erogazione del reddito.

Il tentativo in extremis del MoVimento 5 Stelle di fermare l’emorragia di consensi ha portato alla creazione di uno strumento incompleto e mal costruito, che fin ora ha svolto solamente una funzione di puro assistenzialismo. 

Come si pensa di riformare il reddito di cittadinanza

Il governo ora pensa seriamente ad una riforma del reddito di cittadinanza. La necessità è quella di migliorare il funzionamento della misura nel suo ruolo politica attiva del lavoro

La sottosegretaria al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali Francesca Puglisi, in un’intervista al Corriere della Sera, ha parlato della necessità di apportare dei miglioramenti al sistema del reddito di cittadinanza, soprattutto per ciò che riguarda la capacità del reddito di favorire l'incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Oggi i percettori del reddito perdono l’intero sussidio anche se trovano un lavoretto da pochi euro. E invece bisogna incentivare l’accettazione di occupazioni anche a tempo parziale, scontando dal sussidio le somme guadagnate soltanto fino a una certa soglia. Così renderemmo vantaggioso lavorare piuttosto che stare a casa con il sussidio. E poi bisogna anche slegare i destini di ogni componente del nucleo familiare”. Spiega la sottosegretaria Dem: “Oggi se il padre prende il reddito e il figlio convivente trova un lavoro, la famiglia perde l’intero sussidio. Anche questo è un disincentivo al lavoro che va corretto.

Un’altra criticità individuata nello strumento è la scala di equivalenza che, come sottolineato dal viceministro all’Economia Antonio Misiani, “ad oggi penalizza le famiglie numerose”. Attualmente il beneficio massimo annuale per un adulto percettore del reddito di cittadinanza è di 6.000 euro, mentre per un nucleo familiare composto da 4 adulti (o 3 adulti e 2 minori) tra cui una persona in condizione di disabilità grave o non autosufficiente il massimo importo annuale del reddito è fissato a 13.200,00 €. Una famiglia formata da 4 o 5 persone quindi arriva a ricevere un importo massimo poco superiore al doppio di quanto può ricevere un adulto singolo. 

Serve uno strumento più reattivo. Dobbiamo accrescere il ruolo dei comuni, che sono capaci di intercettare più velocemente i bisogni. E vanno corrette alcune disfunzioni, come la scala di equivalenza che oggi penalizza le famiglie numerose, così come tutti i fattori che scoraggiano la ricerca di lavoro -spiega Misiani.