Fino ad oggi mancava l'ufficialità. Oggi è arrivata: il reddito di cittadinanza sarà decurtato del 20%, nel caso in cui non venisse utilizzato per intero. Il provvedimento era previsto dal Decreto 4/2019, con il quale il reddito di cittadinanza veniva introdotto, adesso è arrivato il decreto attuativo e le forbici sugli assegni sono pronte a partire.

Cerchiamo di capire come verrà applicato questo meccanismo, dato che d'ora in poi tutti i percettori del reddito di cittadinanza ne saranno vititme.

Reddito di cittadinanza: la decurtazione del 20%

Quanti saranno coinvolti in questa decurtazione del reddito di cittadinanza? Si vedranno ridurre l'importo mensile tutte quelle famiglie che nel corso del mese non abbiano utilizzato per intero la somma che è stata loro erogata. Sul reddito di cittadinanza verrà applicata una trattenuta del 20%. Nel caso in cui ogni semestre la somma non dovesse essere utilizzata verrà completamente azzerata.

In altre parole al legislatore non piace l'eccedenza non spesa del reddito di cittadinanza: un situazione, a dir il vero, non completamente nuova, in quanto criticata fin dall'inizio. La norma sulla decurtazione, fino a questo momento, non era mai stata applicata: adesso, però, che è arrivato il decreto attuativo (ricordiamo che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale) il provvedimento è diventato operativo. Le nuove regole dovrebbero partire da subito, in quanto è previsto che partano dal mese successivo a quella della pubblicazione in Gu, avvenuta lo scorso 30 giugno 2020.

Reddito di cittadinanza: quali decurtazioni ci saranno?

Facciamo un po' di chiarezza sulle decurtazioni che dovrebbe esserci sul reddito di cittadinanza. Verranno effettuati due tipi di controlli sugli importi erogati tramite l'Rdc: uno avverà ogni mese, l'altro due volte l'anno.

Il primo controllo, quello mensile per intenderci, avverrà l'ultimo giorno di ogni mese. Verrà appurato il saldo presente sulla carta di credito oltre al nuovo accredito mensile. Nel caso in cui l'eccedenza sulla carta sia superiore agli 8 euro, nel corso del mese successivo verrà decurtata la cifra che non è stata spesa. Il tetto massimo che potrà essere decurato sarà pari al 20% del reddito di cittadinanza. Proviamo a fare un esempio: poniamo il caso in cui un beneficiario che percepisca 500 euro ogni mese, si ritrovi con 250 euro non spesi. Il mese successivo, quando verrà effettuata la nuova ricarica, saranno versati solo e soltanto 400 euro: ossia l'80% rispetto a quanto spettava il mese precedente (500 euro).

Ci sarà poi un secondo controllo. L'anno sarà diviso in due semestri. Alla conclusione di ogni semestre verrà calcolata l'eventuale eccedenza rimasta sulla carta e questa verrà azzerata completamente. Il beneficiario, in questo modo si ritroverà sulla carta unicamente l'ultima mensilità versata (tornando all'esempio precedente solo e soltanto 500 euro).

Reddito di cittadinanza: quanto ci è costato

Ammonta a quasi 26 miliardi di euro il totale del costo del reddito di cittadinanza, nel triennio 2020-2022, a carico del bilancio pubblico. Nello stesso arco di tempo, invece, alle politiche attive per il lavoro sono destinate risorse per 9,7 miliardi. Dalle casse dello Stato, poi, usciranno 88,4 miliardi per la scuola, 25,5 miliardi per l’università, 11,6 miliardi per la ricerca, 15,1 miliardi per le grandi opere pubbliche e le infrastrutture. Il contributo dell’Italia all’Unione europea salirà dai 20,5 miliardi del 2020 ai 24,4 miliardi del 2022 per un totale, nel triennio, di 68,2 miliardi. Questi i dati principali di un’analisi di inizio gennaio del Centro studi di Unimpresa che ha realizzato uno “spaccato” sui conti pubblici italiani prendendo in esame il budget del triennio 2020-2022 relativo a lavoro, istruzione e ricerca, grandi opere, Unione europea e organi costituzionali.

Gli squilibri sono evidenti: si danno troppe risorse a quello che di fatto è puro assistenzialismo, mentre lo Stato continua a investire troppo poco sulle politiche attive per il lavoro, per la scuola e la ricerca, per le grandi opere pubbliche, ha commenta Giovanna Ferrara, presidente di Unimpresa.

Secondo i dati del Centro studi di Unimpresa, nel triennio 2020-2022 sono destinati 9,7 miliardi di euro alle politiche attive per il lavoro con un aumento di 6,5 miliardi (+567,77%) dal 2020 al 2022. Le politiche passive per il lavoro (principalmente identificabili con il cosiddetto reddito di cittadinanza) peseranno per 25,9 miliardi, con una diminuzione di 3,5 miliardi (-35,89%) dai 9,8 miliardi del 2020 ai 6,3 miliardi del 2022. Lo Stato spenderà, poi, 88,4 miliardi per la scuola con una cifra sostanzialmente stabile nel triennio pari a circa 44 miliardi; all’università sono destinati circa 8,5 miliardi l’anno per complessivi 25,5 miliardi, mentre alla ricerca e all’innovazione sono assegnate risorse per quasi 4 miliardi l’anno. E’ destinata a calare la spesa per grandi opere pubbliche e infrastrutture: dai 6,8 miliardi del 2020 ai 4,3 miliardi del 2022 con una discesa di quasi 2,5 miliardi (-36,44%). Salirà in maniera robusta il contributo dell’Italia all’Unione europea: 20,5 miliardi nel 2020, 23,2 miliardi nel 2021 e 24,4 miliardi nel 2022 per complessivi 68,2 miliardi: tra il 2020 e il 2022 la variazione in crescita sarà di 3,9 miliardi (+19,15%). Per la Presidenza del consiglio dei ministri, lo Stato spenderà 1,8 miliardi nel triennio: la cifra resterà stabile attorno ai 600 milioni l’anno (606,7 milioni nel 2020, 595,9 milioni nel 2021 e 609,1 milioni nel 2022). Gli organi costituzionali (Camera, Senato e Corte costituzionale) costeranno, invece, 5,2 miliardi nell’arco dell’intero triennio pari a 1,7 miliardi l’anno.

La fotografia che abbiamo scattato ci dice che siamo un Paese che investe poco nel futuro e non dà speranza ai giovani: non miglioriamo l’istruzione, non crediamo nella formazione universitaria, snobbiamo la ricerca. E poi non puntiamo sulle grandi opere pubbliche non solo per migliorare le nostre infrastrutture, materiali e immateriali, ma anche come forma di investimento per creare occupazione nell’immediato, aggiunge Ferrara.