Ormai è diventato il mantra dell’ultima campagna elettorale per le regionali. Secondo Salvini, l’attuale governo ci porterà ad una reintroduzione della Legge Fornero. L’allarme è lanciato da tutte le piazze visitate dal leader della Lega nel corso dell'ultimo periodo pre-elettorale. Ma vediamo cosa c’è di vero nelle parole di Matteo Salvini.

L’allarme di Salvini: ora torna la Fornero

Uno dei temi principali della campagna elettorale della Lega per le elezioni amministrative che si terranno il prossimo 20 e 21 settembre è il presunto ritorno alla Legge Fornero progettato dall’attuale Esecutivo. “Con questo Governo tornerà la Legge Fornero” continua a ripetere Salvini da tutte le piazze in cui si tengono i suoi comizi elettorali.

Da quando è arrivata la notizia dell’approvazione del progetto del Recovery Fund da parte del Consiglio UE, il leader della Lega ha più volte paventato il ritorno della Legge Fornero.

L’Europa ci dice che in cambio dei soldi del Recovery fund dobbiamo tornare alla legge Fornero, dobbiamo cancellare i diritti e Quota cento. Non esiste. Se vogliono provare a tornare alla legge Fornero, la Lega farà le barricate dentro e fuori il Parlamento" ha dichiarato Salvini durante un’intervista per il Tg1.

Salvini nel 2018 prometteva la cancellazione della Legge Fornero: l’ha fatto davvero?

Il cavallo di battaglia principale della campagna elettorale che ha preceduto le politiche del 2018 è stato proprio la cancellazione della Legge Fornero a favore dell’introduzione di Pensioni Quota 100. Ma Salvini ha mantenuto davvero la promessa elettorale?

La riforma Fornero delle pensioni ha cambiato radicalmente il sistema pensionistico italiano innalzando l’età pensionabile a 67 anni e introducendo dei correttivi per rendere la spesa previdenziale compatibile con le finanze del paese. La riforma ha permesso di risparmiare circa 80 miliardi in meno di dieci anni e, come spiegato dalla Ragioneria di Stato, da sola vale un terzo dei risparmi che saranno accumulati da qui al 2060.

In effetti, il governo giallo-verde non ha davvero cancellato la Legge Fornero. Le regole pensionistiche introdotte nel 2011 sono ancora in vigore per i lavoratori a cui non viene applicata la disciplina di Quota 100. Il governo Conte 1 ha semplicemente introdotto un sistema di uscita anticipata opzionale che può essere usufruito a patto di rinunciare ad una parte dell’importo dell’assegno pensionistico, diminuito in maniera proporzionale alla minore quantità di contributi versati.

La Legge Fornero, quindi, rimane in vigore per i lavoratori che non decidono di optare per lo strumento di flessibilità fornito da Quota 100 e per quei contribuenti che non riescono a cumulare i due requisiti dell’età anagrafica (almeno 62 anni) e degli anni di contribuzione (almeno 38 anni).

Inoltre, Pensioni Quota 100 è stata introdotta come una misura provvisoria in vigore fino al 31 dicembre 2021 finanziata in deficit. Ciò significa che i costi dello strumento vengono sostenuti tramite il debito pubblico. Una tale forma di finanziamento è del tutto incompatibile per uno strumento di welfare duraturo e rende la riforma più simile ad un mezzo di propaganda per mantenere alti i consensi nel breve periodo che ad una soluzione di lungo termine.

Ma è vero che rischiamo un ritorno alla Fornero come afferma Salvini?

Quanto c’è di vero in questo allarme lanciato da Salvini? Alla fine, le parole del leader della Lega vanno prese come delle speculazioni non supportate da ipotesi reali dal momento che, allo stato attuale delle cose, il governo non ha mai prospettato un possibile ritorno alla Legge Fornero. Anzi, la volontà dell’attuale Esecutivo è quella di introdurre nuovi strumenti di flessibilità.

Una prima proposta potrebbe essere quella di introdurre un meccanismo simile a Quota 100 per consentire le uscite già a partire da 62 o 63 anni di età anagrafica e 38, o forse 36, anni di contribuzione. L’aggancio col sistema contributivo sarebbe rispettato con dei tagli intorno al 2,8/3 per cento per ogni anno di anticipazione sull’età pensionistica ordinaria (67 anni).

Una flessibilità del genere potrebbe anche essere utilizzata per gestire le crisi aziendali insieme agli altri armonizzatori sociali, dando uno strumento in più ai lavoratori e alle imprese al momento in cui verrà interrotto il blocco ai licenziamenti.

Un’altra proposta, supportata anche dai sindacati, è quella di introdurre Quota 41. Questo sistema pensionistico permetterebbe di andare in pensione una volta raggiunti i 41 anni di contribuzione a prescindere dall’età anagrafica.

In arrivo la proroga di Ape Sociale e Opzione donna

Oltre alla riforma delle regole di accesso al trattamento pensionistico, si pensa anche ad un intervento sull’Ape sociale e Opzione donna.

L’Ape sociale è un'indennità a carico dello Stato erogata dall'INPS a favore di lavoratori, non titolari di pensione diretta in Italia o all'estero, che soffrono di determinate condizioni di difficoltà previste dalla legge e che abbiano compiuto almeno 63 anni. L'indennità è corrisposta, a domanda del richiedente, fino al raggiungimento dell'età prevista per la pensione di vecchiaia, ovvero fino al conseguimento della pensione anticipata o di un trattamento conseguito anticipatamente rispetto all'età per la vecchiaia.

Opzione donna è un trattamento pensionistico erogato, a domanda, alle lavoratrici dipendenti e autonome che, avendo maturato entro il 31 dicembre 2019 i requisiti previsti dalla legge, optano per il sistema di calcolo contributivo della pensione. Possono accedere alla pensione le lavoratrici che abbiano maturato un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni ed un’età anagrafica pari o superiore a 58 anni (per le lavoratrici dipendenti) e a 59 anni (per le lavoratrici autonome).

Il governo sta pensando ad una proroga di entrambi gli strumenti. Per quanto riguarda l’Ape sociale, si progetta anche un allargamento delle condizioni di difficoltà per le quali si può accedere al trattamento pensionistico anticipato, includendo altre ipotesi di categorie impiegate in lavori gravosi. Per quanto riguarda Opzione donna, si dovrebbe introdurre una disciplina che tenga conto anche dei casi di part time verticale.

Al momento, sembra avere poche chances la richiesta dei sindacati di allargare la platea dei pensionati che beneficia della cosiddetta quattordicesima. Mentre potrebbe spuntare il ripristino dell’Ape volontaria o aziendale, chiusa l’anno scorso dopo il primo periodo di sperimentazione. Un’altra misura che potrebbe essere presa in considerazione per consentire una flessibilità in uscita in più a 63 anni con minimo 20 di contributi, anche perché è a costo zero per lo Stato e potrebbe tornare utile per gestire ristrutturazioni aziendali.