In questi giorni di emergenza legati al fenomeno Coronavirus molte persone, di concerto con le aziende per le quali lavorano, hanno scelto di optare per il “lavoro agile” fuori ufficio.

Ecco alcune cose da sapere sia a livello generale sia rispetto ai nuovi dispositivi di Legge.

Smart working: una alternativa in crescita anche prima del “Coronavirus”

Lo smart working è un argomento che recentemente ha polarizzato l’attenzione di moltissime imprese e lavoratori e occorre perciò fare un po’ di chiarezza viste le ultime disposizioni di Legge e il potenziale numero di persone coinvolte (quasi 8 milioni in Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto e Liguria).

La prima cosa da dire è che il lavoro da remoto (anche dal proprio domicilio) è regolamentato dalla Legge 81/2017 e, pertanto, non prevede alcun accordo sindacale ma è necessario, come precisato dalla Fondazione studi consulenti del Lavoro, un accordo stipulato tra azienda e lavoratore.

È obbligatorio anche produrre una comunicazione da parte del datore di lavoro che deve essere trasmessa al Ministero del Lavoro tramite il portale dedicato.

Il cambio involontario della prestazione lavorativa comporta (in osservanza del DCPM del 23 febbraio 2020) che venga corrisposto esattamente lo stesso stipendio percepito in precedenza. È chiaro che chi si assenta dal lavoro per semplice paura del contagio e  non abbia quindi sintomi e non sia in quarantena volontaria, rientra nel caso di chi sia assenta in modo ingiustificato ed è dunque soggetto alle sanzioni disciplinari di sorta (compreso il licenziamento).