Gli esperti di S&P Global Ratings hanno reso note martedì le proprie stime per la zona euro relative al 2021. La buona notizia è che un rimbalzo dell'economia è ancora altamente probabile, quella cattiva che il ritorno dei vincoli all'attività economia dettato dalla seconda ondata di Covid-19 ha comportato una interruzione della ripresa che si era iniziata a delineare dopo i lockdown della prima parte dell'anno.

A causa del rallentamento della ripresa S&PGlobal Ratings sottolinea come la coordinazione delle politiche fiscali e monetarie sarà essenziale per permettere all'economia di ripartire. La Bce dovrà continuare quindi a mantenere i tassi di interesse sui minimi storici ancora a lungo e a comprare titoli, le pressioni inflazionistiche rimangono del resto dimesse ed è improbabile che questo stato di cose possa cambiare prima del 2023. 

Ecco i numeri

Ma ecco i numeri: per il 2020 le attese sono di una contrazione dell'economia dell'Eurozona del 7,2% mentre la ripresa nel 2021 potrebbe essere del 4,8%. E' quindi evidente che l'anno prossimo non sarà sufficiente per riparare in toto i danni fatti in quello attuale dal Covid-19.

Per il quarto trimestre le stime di S&P sono di una contrazione del Pil reale del 6,5% rispetto allo stesso periodo del 2019, un rimbalzo notevole dopo il -14,8% del secondo trimestre e il rimbalzo del terzo trimestre. 

Differenze tra prima e seconda ondata

Per fortuna l'impatto della seconda ondata della pandemia, per quanto sentito dai comparti che già avevano sofferto maggiormente durante i primi lockdown, come quello dei trasporti e del tempo libero, è stato decisamente meno incisivo sul settore manifatturiero. Il fatto che l'economia asiatica sia in ripresa ha permesso alle aziende della manifattura di continuare a ricevere ordini aiutandone il ritorno verso la normalità. Anche il comparto delle costruzioni è stato toccato solo marginalmente dalla seconda ondata di Covid-19. Evidenza di queste dinamiche è l'andamento degli indici Pmi per la zona euro: quello manifatturiero si è mantenuto infatti al di sopra della soglia dei 50 punti, che separa una prospettiva di espansione da una di contrazione, mentre il Pmi dei servizi è tornato al di sotto della linea di demarcazione. 

Il Manufacturing Purchasing Managers’ Index (PMI) di IHS Markit a novembre è sceso a 53,8 punti dai 54,8 di ottobre (massimo da 32 mesi), battendo comunque la stima preliminaree di 53,6 punti (flash estimate). Inoltre la componente dell'indice relativa alle aspettative di produzione è salita a 64,8 punti da 62,7, il livello più alto dal marzo 2018.

L'importanza dei vaccini

S&P Global Ratings avverte comunque che il pieno effetto delle campagne di vaccinazione che verranno intraprese a partire dall'inizio del prossimo anno non sarà sentito se non alla fine del secondo trimestre. La seconda ondata di Covid-19 e le nuove restrizioni che la hanno accompagnata ha comportato una netta revisione al ribasso delle stime, se S&P prevedeva a settembre per il 2021 una crescita del Pil del 6,1%, la stima attuale è di un molto più dimesso +4,8%. 

Il mercato del lavoro

La capacità di ripresa dell'economia è legata anche alla condizione del mercato del lavoro e in questo ambito per fortuna gli interventi della banca centrale e dei governi sono andati nella giusta direzione: l'occupazione nel 2020 si è dimostrata meno sensibile alla caduta del Pil per il 60% circa rispetto a quanto accaduto durante la grande crisi finanziaria (ma il settore dei servizi è stato invece colpito maggiormente in questa occasione). Questo minore impatto sul fronte dell'occupazione ha permesso anche una rapida crescita nel livello del risparmio creando le premesse per una ripresa dei consumi quando la situazione tornerà alla normalità.

Secondo S&P Global Ratings la disoccupazione dovrebbe toccare un massimo nel 2021 all'8,7%, un livello decisamente inferiore rispetto al 10,3% toccato nel 2010. Già entro il 2023 potrebbe venire raggiunto il livello precedente la crisi del 7,6%. 

L'impegno dei governi nel contrasto della crisi economica dovrebbe avere effetto non solo sul fronte occupazionale ma anche su quello della ricchezza: l'impegno dei principali paesi a mettere sul piatto una cifra equivalente al 4% del Pil in investimenti in infrastrutture, digitalizzazione ed economia verde dovrebbe avere un effetto positivo sullo stesso Pil del 6% nei due anni successivi e fino all'8% nel quadriennio.

L'inflazione

Nonostante questi interventi fiscali e una politica monetaria accomodante l'inflazione dovrebbe rimanere bassa, senza superare l'1% nel 2021 dallo 0,2% del 2020. Anche a medio termine, grazie ad un mercato del lavoro lontano dalla piena occupazione, e quindi in assenza di particolari tensioni sui salari, l'inflazione dovrebbe rimanere dimessa, senza superare l'1,3% di crescita nel 2023, quindi bene al di sotto del target della Bce del 2%.

La Bce

Senza lo spettro dell'inflazione a condizionarne le scelte la  Bce dovrebbe poter aumentare la durata del suo programma di acquisto di asset, il Pandemic Emergency Purchase Program (PEPP), fino alla fine del 2021, aggiungendo anche 500 miliardi di euro alla attuale dotazione del programma di 1350 miliardi. 

Per mantenere efficente il mercato del credito la Bce abbasserà poi probabilmente di 25 punti base il tasso delle operazioni di rifinanziamento TLTRO.

Le stime in sintesi

Ecco le previsioni per l'andamento del Pil di S&P Global Ratings relative ai tre anni dal 2020 al 2022 per Italia, Germania, Francia, Spagna, Eurozona:

  • Italia: -8,7%, +5,3%, +3,2% (somma dei tre valori -0,2%)
  • Germania: -5,6%, +3,7%, +3,2% (somma dei tre valori +1,3%)
  • Francia: -9%, +6,2%, +4,4% (somma dei tre valori +1,6%)
  • Spagna: -11,3%, +6,5%, +6,4% (somma dei tre valori +1,6%)  
  • Eurozona: -7,2%, +4,8%, +3,9% (somma dei tre valori +1,5%)

In sintesi alla fine del 2022 l'Italia rischia di essere l'unico tra i paesi principali della zona euro che ancora non ha completamento recuperato i danni imposti dalla pandemia di Covid-19.

(Alessandro Magagnoli)