Market Brett, analista della ricerca valutaria di Capital Group, spiega che la transizione della Cina da un modello di crescita incentrato sugli investimenti a un sistema economico più focalizzato sui consumi ha costretto alcuni paesi a operare difficili adeguamenti. Seppure in misura diversa, le valute e le economie di Paesi esportatori di materie prime come Australia, Brasile, Indonesia e Sudafrica stanno subendo ripercussioni dirette e indirette causate dall’evoluzione della domanda cinese verso nuovi modelli.

La Cina è intervenuta ripetutamente in materia di politica monetaria e tassi di cambio, con risultati talvolta controproducenti - spiega Market Brett -. La svalutazione valutaria decisa dalle autorità cinesi nel gennaio 2016 ne è la prova lampante. Questa operazione ha scosso i mercati e la Cina è stata accusata di voler rischiare una guerra valutaria pur di aumentare la competitività delle sue esportazioni.

La svalutazione ha scosso la fiducia tra gli investitori locali sul mercato cinese, provocando un’ondata di volatilità sui listini azionari e una fuga di capitali da parte dei residenti in Cina che hanno trasferito i propri fondi all’estero - spiega Market Brett -. Questi sviluppi rappresentano una grande sfida per i policy maker cinesi, poiché i mercati azionari locali potrebbero registrare un andamento piuttosto altalenante anche nei prossimi anni, nonostante gli sforzi delle autorità.

Nell’immediato futuro, le politiche della Cina continueranno probabilmente ad avere un impatto di lungo raggio e non soltanto sulle valute dei paesi esportatori di materie prime - spiega Market Brett -. Ad esempio, le valute delle nazioni asiatiche, le cui economie sono strettamente correlate alla sorte della Cina (perché traggono vantaggio dalla domanda cinese o perché gli esportatori cinesi rappresentano i loro maggiori concorrenti sui mercati internazionali), sono evidentemente a rischio di deprezzamento contro il dollaro.