Dal 1 settembre niente tassa per tutti su farmaci, visite ed esami in tutta Italia. Con 2 anni di ritardo l'Italia si adegua all'Emilia Romagna. L'assessore alla Sanità della Regione accoglie con entusiasmo questa misura, affermando:

Sosteniamo la sanità pubblica e universalistica. Già a luglio 2018, primi nel Paese, lo avevamo abolito per i redditi familiari fino a 100 mila euro oltre a cancellare il ticket nazionale da 23 euro sulle prime visite specialistiche per le famiglie con più di due figli a carico, per un risparmio di 36 milioni per gli emiliano-romagnoli.

Viene così abolita la quota variabile applicata alle prestazioni del Sistema Sanitario Nazionale, secondo quanto previsto dall'ultima finanziaria. Quasi ovunque per ogni ricetta si spenderà al massimo 36.15€ e, in alcune regioni, i cittadini arriveranno a risparmiare fino a 30€ a ricetta. Nel dettaglio, non saranno più a carico dei cittadini, qualunque sia il loro reddito, la quota fissa per le prescrizioni di specialistica ambulatoriale e per i farmaci di fascia A; analogamente per le prestazioni di tac, risonanza magnetica e chirurgia ambulatoriale il ticket sarà riportato ai livelli precedenti.

Il Ministro alla Salute, Speranza: Sconfitta del sistema se una persona non si cura per motivi economici. Da martedì primo settembre scompare, dopo nove anni, il superticket.

Si tratta della tassa che aggiungeva una quota al tradizionale ticket, che resta in vigore, ed era stata introdotta da Berlusconi e Tremonti nel 2011 (anche se per la verità avevano reso operativa una norma del 2006 del governo Prodi). In questi anni è stata attaccata, accusata di allontanare i cittadini dalla sanità, di rendere concorrenziali le tariffe del privato perché quelle del pubblico per certe categorie di cittadini diventavano troppo alte.

Il governo ha stanziato 550 milioni all'anno per l'abolizione (per questa fine 2020 sono 185 milioni). Anche se in varie regioni il superticket era già stato tolto o ridotto negli anni scorsi, la manovra tiene comunque conto anche di quanto le varie realtà locali che lo hanno eliminato hanno dovuto spendere. Quindi tutte le regioni riceveranno, nel fondo sanitario nazionale, i soldi necessari a rimpiazzare gli introiti della tassa. Il denaro è assegnato con la suddisivisione già prevista nella quota d'accesso al fondo, calcolata in base alla popolazione e all'età. Così, ad esempio, la Lombardia riceverà 92 milioni, il Lazio 53, la Campania 51, il Veneto 45 e il Piemonte 41.

Ogni volta che una persona non si cura come dovrebbe per motivi economici siamo dinanzi a una sconfitta per tutti noi e a una violazione della Costituzione. Per questo a dicembre abbiamo approvato la norma che entra in vigore dal primo settembre. Il superticket è abolito e nessuno lo pagherà più, è il commento del ministro alla Salute Roberto Speranza.

Cosa era il Superticket

Introdotto nel 2011 come entrata opzionale cui potevano ricorrere le Regioni in difficoltà economica, sembrava destinato a non andarsene più. Esso era un plus fino a 10 euro sulle prestazioni di diagnostica e specialistica ambulatoriale che i cittadini, con modalità variabili, pagavano in aggiunta alla quota fissa di compartecipazione alle prestazioni del Servizio sanitario nazionale. 

Il superticket è stato uno strumento usato in modo diverso dalle regioni. In partenza doveva essere una tassa aggiuntiva di 10 euro sulle prestazioni specialistiche, cioè visite ed esami. Hanno, anche se con qualche modifica, mantenuto sostanzialmente quello schema Abruzzo, Liguria, Molise, Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Sardegna. In Val d’Aosta, Basilicata, province di Trento e Bolzano e nel Lazio si è poi deciso di toglierlo. Anche la Lombardia, l'Emilia e più di recente la Toscana ne hanno attenuato la portata eliminandolo per certe categorie. Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e Marche avevano comunque deciso di rimodularlo in base al reddito familiare, mentre Piemonte, Lombardia e Friuli ne avevano collegato il costo al valore della ricetta.

Il superticket non veniva pagato ovviamente dagli esenti, cioè coloro che hanno determinate patologie importanti oppure hanno meno di 6 o più di 65 anni e vivono in famiglie dove il reddito annuo è inferiore a 36.151,98 euro. Lo pagavano quindi, in quasi tutte le regioni, coloro che hanno tra i 6 e i 65 anni e guadagnano più di 36 mila euro. Ora queste persone non hanno più questa tassa ma devono comunque, come gli altri soggetti non esenti, corrispondere il ticket, che vale, sempre per prestazioni specialistiche ambulatoriali, fino a 36 euro a ricetta.

L'intervento in manovra

La cancellazione del superticket è stata decisa dalla legge di Bilancio 2020. I fondi messi a disposizione per i prossimi 4 mesi sono di 185 milioni ed andrano a compensare le regione per i mancati introiti dal superticket. Cifra che a regime dal 2021 sarà di 554 milioni e consentirà così di azzerare il fondo da 60 milioni per il superamento del superticket, già previsto nella manovra 2018 e ripartito tra le Regioni per conseguire una maggiore equità e agevolare l’accesso alle prestazioni sanitarie da parte di specifiche categorie di soggetti vulnerabili. Questa decisione muove anche verso un maggior valore di universalità del servizio sanitario nazionale (Ssn) e rappresenta un primo passo verso una sanità più equa. Negli ultimi anni il Ssn aveva assistito a vere e proprie fughe dei cittadini nel privato dove tante prestazioni costavano meno (e con minori attese) proprio per effetto del superticket.

Nel segno dell’universalità – ha spiegato il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri in un messaggio sui social – prosegue l’impegno del Governo per rendere più accessibile la sanità pubblica e garantire il diritto alla salute per tutti gli italiani. 

Se gli italiani che vivono nelle regioni che ancora non avevano abolito il superticket risparmiano, tutti i non esenti continuano a pagare il ticket, che vale circa 1,3 miliardi l'anno. L'idea del Ministro Speranza è quella di graduare ulteriormente la partecipazione alla spesa sanitaria secondo il semplice principio che chi guadagna di più paga di più. Appunto, concetto semplice ma di non semplice ed immediata esecuzione che deve scontrarsi con l'esigenza di abbassare da un lato la spesa sanaitaria a carico dei cittadini e dall'altro di non aggravare i conti pubblici.  

Il ticket sanitario

Il ticket sanitario è uno strumento con cui il cittadino partecipa alle prestazioni mediche ed è stato introdotto nel sistema sanitario nazionale nel 1989. La Legge n. 537 del 1993 ha poi provveduto a regolamentare in maniera più specifica l’utilizzo del ticket. Con l'introduzione del modello ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) nel 1998, si è previsto il criterio per cui una eventuale esenzione del ticket sia correlata alla situazione economica familiare e di salute dei componenti la famiglia. Inoltre, dal 2001 il ticket è considerato anche un contributo per coprire i disavanzi sanitari regionali. La manovra economica del 2011 ha ripristinato la quota fissa di 10 euro, per le ricette inerenti visite specialistiche, nonché l’introduzione della quota di 25 euro per gli interventi in Pronto Soccorso giudicati in codice bianco.

Il ticket sanitario, attualmente, è previsto per tre tipologie di assistenza sanitaria, come le prestazioni di pronto soccorso che prevedono una quota base di 25 euro, alcune categorie di farmaci e le visite specialistiche o esami diagnostici.

La normativa che regola la fruizione e il pagamento dei ticket varia da regione a regione, soprattutto per quanto riguarda l’assistenza farmaceutica. In via generale la partecipazione per la singola prescrizione di farmaci va per i non esenti da un ticket di 2 euro ad uno di 4 euro (se il farmaco costa oltre un certo importo), mentre per le prestazioni specialistiche vi è un generale allineamento del ticket di 36,15€ con alcune differenze in Calabria e Sardegna.

Gli assistiti che vivono in condizioni disagiate hanno diritto, per motivi di reddito, a non pagare o a pagare in forma ridotta i ticket delle spese mediche e sanitarie.

Sono le singole regioni che stabiliscono, in dettaglio, quali sono le persone che ne hanno diritto, la forma di esenzione (totale o parziale) e, nel caso dell'esenzione parziale, la quota che deve essere pagata.

Generalmente, hanno diritto all'esenzione per motivi di reddito:

  • i bambini di età inferiore a 6 anni che appartengono ad un nucleo familiare con reddito fino a euro 36.151,98 lordi annui (codice E01);
  • gli anziani di età superiore a 65 anni che appartengono a un nucleo familiare con reddito fino a 36.151,98 euro annui lordi. E' considerato nucleo familiare la persona anziana, il suo coniuge e le persone che sono fiscalmente a carico dell'anziano (codice E01);
  • i titolari di assegni sociali e i loro familiari a carico (codice E03);
  • i titolari di pensioni minime oltre i 60 anni e i loro familiari a carico (codice E04);

le persone disoccupate e che sono iscritte alle liste di collocamento e i loro familiari a carico (codice E02), purché appartenenti ad un nucleo familiare con reddito lordo inferiore a 8.263,31 euro. Se è presente il coniuge, il limite massimo sale a 11.362,05 euro. Questo limite aumenta di 516,5 euro per ogni figlio o altro familiare a carico. Sono considerati familiari a carico il coniuge, le persone con redditi non superiori a 2840,51 euro lordi annui, i figli minori di 18 anni o minori di 26 anni, se studenti o tirocinanti, i figli inabili al lavoro, i genitori e i familiari conviventi.

Ogni Regione ha poi stabilito eventuali ulteriori esenzioni temporanee in caso di perdita di lavoro o disoccupazione certificata.